Il coraggio necessario/ Per la crescita non servono mezze misure

Martedì 23 Giugno 2020 di ​Paolo Balduzzi
L’avvicinarsi del mezzo secolo di età porta tante domande esistenziali e, sempre più spesso, anche qualche ritocchino per ringiovanirsi. Ma non è un intervento di chirurgia estetica che può cambiare lo stato di salute di una persona, bensì il suo stile di vita. Perché scriviamo tutto questo? Perché alla soglia del cinquantesimo anno della loro creazione, rispettivamente nel 1972 e nel 1974, Iva e Irpef, le due principali imposte del panorama tributario italiano mostrano evidenti segni di invecchiamento.

Ma gli interventi correttivi che si sono succeduti nel tempo, così come gli interventi estetici, non hanno fatto altro che, semplicemente, nascondere per un po’ di tempo i difetti di funzionamento, quando addirittura non li hanno peggiorati o creati di nuovi. Le conclusioni degli Stati Generali, da questo punto di vista, appaiono piuttosto deludenti. Mai come ora infatti sarebbe necessario – e possibile - intervenire con una riforma strutturale dell’intero sistema tributario.

Ma intenzioni, né prima della pandemia né ora, non se ne vedono davvero. La Costituzione italiana pone un solo criterio: che il sistema tributario sia “informato” alla progressività. Questo perché l’imposta progressiva è l’unica in grado di diminuire davvero la disuguaglianza. Ma l’attuale sistema tributario, che nel 2019 in termini di gettito delle entrate tributarie valeva circa 510 miliardi di euro, progressivo lo è solo in parte, vale a dire con l’Irpef (185 miliardi di euro di gettito nel 2019). Tutte le altre imposte sono di fatto proporzionali. Non solo: la progressività dell’Irpef è ottenuta attraverso una complessa combinazione di aliquote, addizionali regionali, addizionali comunali, deduzioni decrescenti per livello e tipologia di reddito, detrazioni fisse sempre più numerose e arbitrarie che rendono la sua applicazione poco chiara, il suo funzionamento poco comprensibile e i suoi effetti generali spesso paradossali.
Inoltre, l’Irpef risulta ormai tutta squilibrata sui redditi da lavoro, da cui deriva l’80% circa del gettito, specialmente quello dipendente, mentre i redditi da capitale risultano soggetti a imposte ad hoc, naturalmente proporzionali.

Insomma, l’Irpef sembra essere diventata uno strumento per raccogliere gettito e distribuire favori elettorali. L’ideale per un legislatore che cerca il consenso a breve termine ma certo non il massimo per un Paese che continua a lottare con il livello di occupazione tra i più bassi in Europa e con un livello di evasione tra i più alti.

Che gli Stati generali voluti dal governo si siano quindi conclusi con proposte non irrilevanti dal punto di vista quantitativo ma del tutto temporanee, per non dire estemporanee, costituisce una grande delusione. Perché è proprio nei periodi più critici che la popolazione è anche psicologicamente più pronta ad affrontare grossi cambiamenti, perché mai come oggi ci sono le risorse e gli strumenti per tentare misure mai tentate prima. 

Ma che senso può avere l’abbassamento delle aliquote dell’Iva per qualche mese? Stimolerebbe (forse) i consumi oggi e ma li deprimerebbe poi al momento del loro rialzo. Ci siamo già dimenticati come le clausole di salvaguardia, che riguardavano proprio aumenti delle aliquote Iva, erano diventate progressivamente una spada di Damocle che ha condizionato le leggi di bilancio degli ultimi cinque anni? E anche ragionare per (e discriminare per) settori non può che essere una misura transitoria, per evitare disparità di trattamento che alla lunga diventerebbero poco giustificabili o sostenibili.

E che dire delle misure già introdotte a partire da luglio sull’Irpef? Come spiegato benissimo ieri anche su questo giornale, l’introduzione di misure bonus e parziali per favorire qualche fascia di reddito crea terribili disincentivi per altre, che addirittura si troverebbero più povere pur avendo lavorato di più. Un fenomeno chiamato “re-ranking”, che tanto allibisce i giovani studenti di economia pubblica ma che invece sembra non influenzare né il legislatore né il corpo elettorale.

Che fare quindi? Innanzitutto, decidere l’obiettivo. E l’obiettivo in campo fiscale è duplice: stimolare la crescita e ridurre la disuguaglianza. Le previsioni sul rimbalzo del prodotto interno loro per il 2021, anche nella migliore delle ipotesi, ci vedono sempre tra i paesi con recuperi più modesti. Gli strumenti principali per stimolare la crescita sono gli investimenti e l’aumento dell’occupazione. La seconda, in particolare, fonda la sua dinamica proprio sul livello di tassazione del reddito da lavoro, tanto per i datori di lavoro quanto per i lavoratori stessi. Bisogna quindi effettuare una chiara scelta di campo e decidere se le risorse, esistenti o da recuperare, debbano andare esclusivamente o quasi, e in misura non solo simbolica, verso la riduzione dell’Irpef.

Secondo obiettivo è l’equità. Che si ottiene semplificando il quadro normativo che riguarda l’Irpef, operando una serie revisione delle deduzioni e detrazioni, in modo da potenziare quelle più influenti sulla crescita (ad esempio, quelle orientate al risparmio energetico e al recupero del patrimonio edilizio) e da eliminare quelle più chiaramente elettorali. E l’equità richiede anche lotta all’evasione, che ogni anno sottrae oltre 100 miliardi alle casse dell’erario. L’occasione è unica. Se davvero l’orizzonte temporale del governo è quello della scadenza naturale della legislatura, i tempi ci sono. Le risorse anche. La volontà? © RIPRODUZIONE RISERVATA