L’Italia e l’industria/ Ora è urgente fermare la dismissione del Paese

PER APPROFONDIRE: arcelormittal, ex ilva, ilva

di Paolo Balduzzi

Tradizione e meteorologia la chiamano “estate di san Martino”: è il periodo più mite dell’autunno, esperienza solitamente associata a sensazioni piacevoli. Ben più calda e meno piacevole deve invece essere l’estate di san Martino della politica italiana, che in questi primi giorni di novembre vede la temperatura alzarsi vertiginosamente a causa di alcune vicende indipendenti ma comunque strettamente collegate tra di loro.

Le prime riguardano due esemplari fallimenti di politica industriale: Alitalia, le cui responsabilità sono ormai da ricercarsi nella notte dei tempi, ed ex Ilva, che pure non nasce ieri ma che proprio dall’attuale governo rischia di ricevere probabilmente il definitivo colpo di grazia. La terza invece è più recente e riguarda l’aggiornamento delle previsioni di crescita per il 2020 degli Stati membri dell’Unione Europea, a cura della Commissione Ue.

L’Italia si conferma fanalino di coda: la crescita nel 2019 è stata sostanzialmente nulla (+0,1%) e quella prevista per il 2020 è di un misero 0,4% (0,6% secondo invece le stime più ottimistiche del governo). Siamo ben lontani dal livello di crescita medio Ue (+1,2%) e soprattutto da Paesi molto più simili a noi, come Francia (+1,3%) e Spagna (+1,5%).

Inutile nascondersi dietro al solito dito. Non è colpa delle regole europee, non è colpa degli investitori internazionali, non è colpa dei poteri forti. I fattori esterni ci sono per tutti: ma solo l’Italia non è ancora riuscita a tornare a livelli di Pil precedenti la crisi economica. Le ragioni sono quindi interne; e, a dire il vero, lo scriviamo da tempo.

Qualche esempio? Le maglie della politica fiscale sono troppo strette, a causa del fardello del debito pubblico; la lenta e invasiva burocrazia è troppo diffusa, anche nell’attività economica; i tempi della giustizia civile sono eterni (e i costi quasi sempre a carico dei cittadini onesti), il livello di evasione fiscale ha pochi eguali nel mondo occidentale. È lo specchio di un Paese in cui, da un lato, troppi individui scelgono di non rispettare le regole di convivenza civile, sempre alla ricerca di scappatoie; ma, d’altro canto, queste stesse regole risultano a volte difficili da osservare, perché troppo complicate, stratificate e anche incoerenti tra loro.

Ed è proprio una questione di regole quella che collega la difficoltà dell’Italia a crescere con ex Ilva e Alitalia. Quando queste regole, oltre ai limiti già espressi, vengono cambiate in corso d’opera, gli operatori presenti vengono disorientati e si sentono abbandonati (come nel caso di Arcelor Mittal), mentre quelli che stanno valutando se investire o meno vengono disincentivati a farlo (si veda, per esempio, Lufthansa su Alitalia).

Sul tavolo, secondo diverse stime, ci sono oltre 40.000 posti di lavoro, tra esuberi, licenziamenti e mancato indotto, nonché quasi 2 punti percentuali di Pil. La scellerata scelta del legislatore di cambiare le carte in tavola sull’ex Ilva, nello specifico negando lo scudo penale, scoraggia di fatto tutti coloro hanno interessi economici, correnti o potenziali, in Italia. E il passo indietro di Lufthansa su Alitalia sembra confermare questa chiave di lettura. 
Queste tre vicende costituiscono altrettanti banchi di prova per il Paese, per il governo e per i partiti della maggioranza. Per quanto riguarda il Paese, come scritto, gran parte delle nostre difficoltà sono di natura interna. E non si tratta solo di domanda bassa; sono soprattutto i problemi sul lato dell’offerta che condizionano il nostro sviluppo, vale a dire, tra le altre cose, la bassa produttività, la scarsa adesione alle norme (tributarie e civili), la certezza del diritto. Per quanto riguarda il governo, è nel suo interesse e in quello dei cittadini che si dedichi finalmente a realizzare la tanto agognata e necessaria svolta nella politica economica. 

Di fatto, l’unica vera discontinuità osservabile tra il primo e il secondo governo Conte è data dal miglior atteggiamento che il nostro Paese ha nei confronti dell’Unione Europea (e viceversa). Tanto è vero che, pur in presenza di uno stesso scarso impegno a perseguire l’obiettivo di medio termine del deficit e di un sostanziale disimpegno sul fronte della riduzione del debito, nessuno in queste settimane ha mai paventato l’apertura di una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese. In tale contesto, il governo avrebbe tutta l’interesse a sfruttare in pieno le maglie di flessibilità (economica, ma soprattutto politica) che l’Unione sembra disposta a concedere. Con l’obiettivo però primario della crescita e non certo della difesa dei privilegi e dello statalismo. Di fronte al tabù dell’aumento dell’Iva, si stanno immolando un intervento fiscale ben più cruciale (un taglio sostanziale del cuneo fiscale e quindi dell’Irpef) nonché le risorse per investimenti e infrastrutture. 

Infine, il duello tra i partiti di maggioranza vede al momento prevalere il Movimento 5 Stelle sulle questioni più evidenti: il mantenimento di “Quota 100”, la riproposizione senza miglioramenti del reddito di cittadinanza, e il recente taglio dei parlamentari. Con l’aggiunta di un certo atteggiamento giustizialista nei confronti (anche) delle attività economiche. Uno strappo da parte dei partner di governo potrebbe portare a una nuova crisi, ma vale sicuramente la pena di rischiare per stimolare discontinuità e crescita economica, perché più che della sopravvivenza del Partito Democratico o del Movimento 5 Stelle, più che della sopravvivenza di questo o di quel governo, a rischio sono la credibilità del Paese e la fiducia degli operatori economici e il benessere dei suoi cittadini. Tranne che non si voglia dare corso a quella che potremmo definire con amarezza la “grande dismissione” del Paese.
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Venerdì 8 Novembre 2019, 00:19






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