Ostacolo burocrazia/ Lo spirito dell'emergenza per sbloccare il Paese

Giovedì 9 Aprile 2020 di Paolo Balduzzi
Si può fare: chi non ricorda la celeberrima esclamazione di Gene Wilder in Frankenstein Junior? Essa appare oggi particolarmente adatta per descrivere l'atteggiamento che il nostro paese deve avere nei confronti delle riforme più necessarie, quelle che, se realizzate, ci permetteranno di partire e ripartire col piede giusto nei prossimi mesi o ce lo auguriamo già nelle prossime settimane. Perché questa emergenza, sanitaria ma anche economica, non può essere affrontata con l'esclusivo obiettivo di gestire nel migliore dei modi il presente. Del resto, sono almeno di tue tipi le giustificazioni alla base di questa richiesta. Da un lato, si tratta di risolvere quelli che da sempre sono i mali di questo Paese e che tali quali si ripresenteranno se non affrontati adeguatamente: lentezza della giustizia civile, elevata evasione fiscale, burocrazia soffocante, squilibrata spesa pubblica, iniqua imposizione fiscale. Dall'altro, si tratta di rispondere anche a un'esigenza contingente. 

Vale a dire quella di mostrare ai Paesi europei più ostili all'introduzione di eurobond che il nostro Paese sa guadagnarsi la reputazione necessaria per tranquillizzare gli investitori. L'introduzione di misure di sostegno, condivise e solidaristiche, delle economie nazionali deve superare lo scetticismo, quando non addirittura l'esplicito rifiuto - una vera e propria negazione delle ragioni fondanti dell'Unione europea - di Paesi come Austria, Olanda, Finlandia e, naturalmente, Germania. Certo, a differenza di ciò che quelle cancellerie non vogliono vedere, in Italia le riforme strutturali negli ultimi dieci anni non sono certo mancate: la coraggiosa riforma pensioni di Elsa Fornero del 2011, l'ambizioso processo di spending review avviato nel 2013, il contestatissimo Jobs Act del 2014, la mancata riforma costituzionale del 2016, l'assenza di formali procedure europee nei confronti del nostro Paese. D'altro canto, nemmeno si può ignorare che questi tentativi sono poi falliti o, nella migliore delle ipotesi, indeboliti da interventi successivi. 

Da dove partire, quindi? Questo appare forse il momento migliore per affrontare lo scoglio più importante, vale a dire quello dell'eccessiva burocrazia. Il complesso di norme e funzionari che, in sé, avrebbe il meritorio fine di svolgere i processi amministrativi ed esecutivi, quindi di far effettivamente funzionare il Paese, si è tramutato negli anni in un mostro vorace di potere e di rendite che al contrario questi processi li rallenta se non addirittura li blocca. Non domo, perché sempre affamato di maggior controllo, questo Leviatano ha poi usato anche le concessioni di maggiore autonomia regionale introdotte dalla riforma costituzionale del 2001 per ingigantire il suo peso anche negli apparati periferici. Per aprire un'attività economica, quindi per creare reddito, occupazione e gettito fiscale, si fa fatica a capire a quali amministrazioni rivolgersi, quali moduli riempire, quali autorizzazioni richiedere. Un sistema così tentacolare e complicato è, oltre che farraginoso e quindi inefficiente, anche particolarmente incline alla corruzione e alla concussione, quindi profondamente iniquo. 
L'emergenza di queste settimane però ci ha insegnato qualcosa. E cioè che, appunto, si può fare. Basta volerlo. Agli economisti piace ragionare per incentivi: ma nessuno può essere davvero così cinico da interpretare questo terribile e mortale virus come il giusto incentivo per sbloccare il Paese. Nell'emergenza, si è scoperto che la politica ha già le armi decisionali per realizzare ciò che fino a pochi mesi fa sembrava impossibile: il lavoro da casa, nel privato e nella pubblica amministrazione; la didattica a distanza, nelle scuole di ogni ordine e grado; la possibilità di richiedere o inviare documenti facilmente per via telematica alla pubblica amministrazione. Conquiste di cui avremmo fatto volentieri a meno, se paragonate ai danni e ai pericoli che stiamo affrontando. Purtuttavia, conquiste che a questo punto dovranno moltiplicarsi e diventare strutturali. La nuova burocrazia, dal potere dell'ufficio al potere della decisione (politica) e della semplicità, dovrà partire proprio da qui. E dovrà farlo anche guardando allo stato della giustizia: il ricorso al Tar, una delle armi più efficaci che ha bloccato lo sviluppo del Paese e la realizzazione di opere strategiche, potrebbe essere disinnescato proprio da una riforma della giustizia amministrativa, se non addirittura, come proposto provocatoriamente qualche anno fa su queste colonne da Romano Prodi, da un'eliminazione di questi tribunali. È il momento delle scelte coraggiose e strategiche. È il momento di decidere se restare un Paese zoppicante e vittima di ogni possibile shock o un'economia che corre e una nazione che guarda con ottimismo al proprio futuro.
La rinascita dell'Italia partirà anche dalla rivoluzione nella burocrazia. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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