La censura ideologica che resuscita i vecchi fantasmi

di ​Mario Ajello

Il 25 aprile non è appena passato? Macché. La festa della Liberazione, non dal Duce ma dal Truce, non da Mussolini ma da Salvini o dal suo editore espulso dal Salone del libro, si sta svolgendo adesso qui, al Lingotto. E si festeggia il pericolo scampato di dover dividere lo spazio con quelli di CasaPound, mandati via ope legis con l’accusa di apologia del mussolinismo.
Ma se contiene una lezione questa vicenda del Salone tutto orgoglioso del proprio ritrovato antifascismo militante è la seguente: non si riesce a capire come la classe intellettuale del Paese può contribuire alla costruzione di una società liberale, se insiste con gli anatemi e con le censure contro gli altri, ma senza avere idee nuove e reale capacità di azione politica al posto della solita retorica invecchiata.

Sembra dominare appunto la retorica nei padiglioni del Lingotto liberati dai barbari editori di Altaforte - ed è tutto un coro: «Una mattina, mi son svegliato, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao...» - che però si coniuga, almeno in un caso, con la toccante testimonianza dell’ultranovantenne Halina Birenbaum. Sopravvissuta al lager, donna forte che non voleva venire al Lingotto finché era prevista la presenza di quelli di CasaPound, ora che loro sono stati cacciati lei può raccontare qual è la parte giusta dove bisogna stare quando si parla di fascismo, nazismo e rifiuto della democrazia. Standing ovation. 

Ma occhio allo stand delle Edizioni Gruppo Abele dove campeggia il cartello: “Editore defascistizzato”. Altri espongono il faccione del Che, l’icona del partigiano Johnny di Fenoglio, il tweet del fumettista combat Zerocalcare che rivede la sua posizione di non volerci essere e lo fa così: «I nazisti stanno a casa e quindi io al Salone arrivo». E c’è chi ricorda affettuosamente quando Curcio e la Faranda furono ospiti graditi della fiera, e chiamiamolo doppiopesismo o truffa-truffa-ambiguità questo atteggiamento di ipocrisia ideologica. L’importante è aderire alla vulgata vincente: «I fascisti non devono esistere e non devono parlare». Lo dicono tutti quelli che vanno in pellegrinaggio nell’angolo del padiglione 3 dove c’era - ben circondato e neutralizzato in mezzo agli stand librari della polizia di Stato, dei carabinieri e del ministero della Difesa e addossato al muro di una hamburgeria puzzolente - lo spazietto dei neri di Altaforte sloggiati in extremis. Quel vuoto che è rimasto si è trasformato in una sorta di sacrario delle virtù dell’antifascismo che ha sbaragliato l’invasor.

Quasi nessuno si discosta dall’imperativo della censura “democratica”, ma l’editore Giuseppe Laterza tra i pochissimi ha il coraggio di farlo davanti al proprio stand dove si risponde - sull’onda dell’ultimo saggio dello storico Emilio Gentile così intitolato - a un questionario su “chi è fascista”. Dice Laterza: «È stato un errore escludere Altaforte. Questo è uno spazio pubblico in cui tutti dovrebbero poter parlare. Se si comincia a mettere in dubbio la libertà di espressione, ci si mette su un percorso molto scivoloso». Ma c’è il presidio dei ragazzi di Potere al popolo dove risuona lo slogan: «Ora e sempre Resistenza!». Ed ecco centinaia di persone che vanno ad omaggiare Chiamparino e Appendino, un tandem soprannominato Chiappendino ed è quello che denunciando in Procura l’editore di CasaPound ne hanno decretato l’espulsione. I fan si rivolgono loro dicendo: «Ci avete liberato dai bruti». Senza calcolare però che in passato addirittura la casa editrice di Franco Freda (do you remember Piazza Fontana?) ha avuto il suo spazio al Lingotto. E comunque: la coppia Chiappendino si gode il successo. Un anziano si avvicina al governatore piemontese e gli fa: «Compagno Sergio, io sono pronto, se serve, a salire in montagna e a riprendere la guerra partigiana contro Salvini». Chiamparino sorride, come per dire: esageruma nen (traduzione dal torinese: non esageriamo).

In posizione nobile, ecco lo stand imbandierato di rosso dell’editore Red Star, strapieno di icone forti: dall’immagine di Marx alle gigantografia di Socrates che era il “centrocampista marxista” della nazionale di calcio brasiliana. Racconta il funzionario della casa editrice combat: «Io so come trattare i fascisti. Come ho cercato di fare con Salvini quando nel 2016 venne al Salone. Lo affrontai fisicamente e dovettero fermarmi, ricordo ancora la paura di Morisi davanti alla scena. Qui quella gente la odiamo tutti». Un vecchietto circola lungo i padiglioni distribuendo il testo fotocopiato della legge Scelba contro la ricostituzione del partito fascista. «I neri? In galera!», dice. Una signora è arrivata da Alessandria portando uno zaino pieno di libri pesanti: «Lo voglio tirare in testa a quel nazista. Ma dov’è? È già scappato?». Si riferisce al patron di Altaforte.

E la festa della Liberazione continua. Anche se l’egemonia culturale ha dovuto chiedere aiuto ai pm per salvarsi dalla presenza degli editori neri. E anche se la sinistra, sparita dalle periferie cittadine, in realtà è sempre più tremebonda dentro l’ultimo fortino, difeso con le unghie e con i denti e quasi con una cortina di ferro, che le è rimasto e che è quello editoriale, della lettura, dei lettori. E in certi casi dell’Ego, come quello pensoso di Gustavo Zagrebelsky, che delizia gli ammiratori parlando del suo ultimo libro “Mai più senza maestri” e il maestro, ai suoi occhi, è innanzitutto Io.

Dunque questo è il Salone della prova di forza contro gli invasori. Ma in realtà senza darlo a vedere - e nonostante la super star partigiana Christian Raimo non fa che ripetere a tutti: «Abbiamo fatto scoppiare l’operazione Salvini-CasaPound e abbiamo vinto» - una sorta di psicodramma coinvolge la crema dell’intellighenzia di sinistra. Quella parte politica che ha dominato la cultura a partire dal secondo dopoguerra, grazie alla lezione di Gramsci sull’egemonia, ma ora si sente sempre più fragile anche in questo campo. Come dimostrano le reazioni scomposte contro il minuscolo editore nero. Rischia di non reggere più, insomma, neppure il trend degli ultimi tempi: cioè lo sparire dalle periferie per abbarbicarsi alle librerie. 

In quelle presenti alla fiera mancano purtroppo - anche se ci sono raffinatissimi editori liberali come Aragno - le opere di Augusto Del Noce. Ed è un peccato perché le pagine del filosofo sono quelle che meglio sintetizzano la scena. La trasformazione dell’antifascismo in religione - diceva Del Noce - ha prodotto un’interpretazione “demonologia” del fascismo come «surrogato del diavolo in un secolo in cui i teologi hanno smesso di crederci». Da qui la sua natura proteiforme, inafferrabile, per cui il fascismo c’è sempre. Anche quando non c’è. Ma ora si è fatto tardi, e bella ciao.
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Venerdì 10 Maggio 2019, 00:20






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