Governatori e governo/ L’epidemia al tempo del populismo

Venerdì 28 Febbraio 2020 di Mario Ajello
Dovrebbero bastare i comunicati ufficiali. Potrebbe essere sufficiente come nella “Peste” di Camus (ma questa non è una peste, non è una peste, non è una peste) una sorta di giornale, ossia “La Gazzetta dell’Epidemia” che si propone d’informare i nostri concittadini.
E si propone di informarli «con una preoccupazione di scrupolosa obiettività sui progressi e regressi della malattia» e di «sostenere il morale della popolazione abituandola alla verità nel momento della sventura».

Di sicuro qualsiasi idea, improntata al principio di informare senza allarmare, andrebbe bene in questa fase e sarebbe preferibile alla foto e al video del governatore lombardo Fontana, compiaciuto nella mascherina dell’auto-quarantena, che stanno facendo il giro del mondo. E che forniscono dell’Italia un’immagine da macchiettistica pandemia che ci danneggia sia dal punto di vista economico (allontana investitori e turisti) sia da quello politico e istituzionale (la scena del potere non può degradarsi a cabaret).

Era difficile immaginare una trovata così controproducente. Che si aggiunge alle alzate d’ingegno di altri governatori in cerca di visibilità, di ricandidatura, di rielezione, di protagonismo o come si dice adesso di “soggettività” (ossia di vanagloria), per cui il bacillo assurge ad agente patogeno della nevrosi propagandistica e dell’irresponsabilità dall’alto.

La sindrome è quella dell’uso personalistico dell’emergenza che nelle intenzioni di chi lo pratica - a cominciare dal premier Conte, che è stato il più lesto a indossare la mascherina della drammatizzazione - dovrebbe portargli giovamento pop e che viceversa si sta rivelando un clamoroso boomerang. Sennò, non si spiegherebbe la scena madre anzi la scena figlia (di tanti errori) che si è vista ieri. Ovvero Speranza e Di Maio, il ministro della Salute e quello della Farnesina, che si sono precipitati nella sala della Stampa Estera per dire al mondo: scusateci tanto, abbiamo scherzato. Hanno stracciato l’immagine dell’Italia al tempo del colera, o della peste, o della spagnola, da loro stessi montata ad arte finora, per sostituirla con quella del Belpaese che resta tale nonostante la febbriciattola che gli è capitata e suvvia non facciamo tragedie. Non si è mai vista una capriola così. Prima la costruzione governativa di un mostro, quello della pandemia, poi d’incanto la belva viene ridotta a brutto anatroccolo, che vabbé produce fastidio e perfino morte ma in fondo è bene non esagerare e cari amici stranieri e cari italiani se avevate capito che il nostro Paese era diventato come Whuan avevate capito male ed è colpa vostra.

Alzare il grado delle aspettative come ha fatto Conte - la lotta è tra il Morbo e Io, e a vincere sarà il sottoscritto - e poi non riuscire ad essere al livello delle attese suscitate, perché i virus sono difficili da maneggiare, il sistema italiano è complesso e le divisioni politiche non possono sparire per magia, è sicuramente un problema. Ma era ampiamente prevedibile. A meno che non si viva in una dimensione (la citazione non è casuale) da Grande Fratello. Nella quale la realtà diventa reality, se non fosse però che il contesto è troppo serio per venire piegato alle regole spettacolari e il pubblico sulla salute non transige e non fa sconti. Soprattutto - il che spiega la ritirata scomposta dall’iper-allarmismo al principio di precauzione - deve essere diventato chiaro ai manovratori ciò che poteva essere facilmente percepito fin dall’inizio: e cioè che i cittadini aspirano ad avere da parte delle autorità un servizio invisibile, fattivo ma discreto, operoso e non declamatorio, quando ci sono in ballo la vita e la morte delle persone.

Così insomma sabato notte viene varato un decreto da Italia in guerra, mentre ora è scoppiata la pace o almeno la trattativa tra Stato e Morbo. Il quale viene accusato dal governo di farsi aiutare dalla “infodemia”, vale a dire il virus delle balle scientifiche e pseudoscientifiche, politiche e fantapolitiche, se non fosse però che l’eccitazione comunicativa in maschera e in mascherina ha avuto proprio dai vertici il suo lievito e il suo doping. Secondo uno schema tipicamente populistico - e il populismo italiano sta sia al governo sia all’opposizione, sia a livello centrale sia periferico - per cui enfatizzo le paure della gente proponendomi come medico pietoso e come agitatore e profeta della guarigione (la mia mascherina è la tua mascherina, la mia angoscia da premier è la tua angoscia da cittadino) in un rapporto fintamente orizzontale. E qui casca l’asino. Perché ogni discorso scientifico e ogni comportamento politico non può prescindere dal riconoscimento e dall’affermazione della gerarchia. Se si nega questo assunto, si fa del male al Paese.
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