Le insidie da battere/ Ora vigilare sul traguardo con progetti rapidi e visione

Giovedì 28 Maggio 2020 di Paolo Balduzzi
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L’esito, al momento, supera tutte le previsioni della vigilia. L’Europa mette sul tavolo aiuti tangibili per il continente per quasi 1300 miliardi di euro complessivi: dopo i 240 miliardi di prestiti a tasso agevolato e a destinazione vincolata del Meccanismo europeo di stabilità, i 100 miliardi del Sure destinati al sostegno dei redditi dei lavoratori, e i 200 miliardi del fondo di garanzia della Banca Europea degli Investimenti, la Commissione europea ha avanzato la sua proposta per la dimensione e la composizione del Recovery Fund: 750 miliardi di euro, per un terzo composto da prestiti e per i restanti 500 miliardi di sovvenzioni. 

Di questi, potrebbero spettarne al nostro Paese oltre duecento. Si tratta di prestiti per circa 91 miliardi attraverso il Recovery fund e per 36 miliardi attivabili con il Mes; ma soprattutto quasi 82 miliardi sarebbero i trasferimenti a fondo perduto.

Per avere un’idea delle risorse in gioco basti ricordare che le misure finora adottate dal governo coi decreti legge 18 (cosiddetto decreto “Cura Italia”) e 34 (cosiddetto decreto “Rilancio”) - che pure sono state eccezionali nella dimensione economica – raggiungono insieme “solo” 80 miliardi di euro. Non ci sono più scuse, verrebbe quindi da commentare.

Ma a bene vedere la strada è ancora molto lunga e impegnativa. Per tanti motivi. Alcuni dei quali non dipendono solo da noi. Innanzitutto, infatti, la proposta della Commissione per essere approvata richiede l’unanime consenso dei Paesi membri, e alcuni di questi, tra cui l’Olanda, hanno fatto capire che si aspettano modifiche. Ciò non toglie che il nostro Paese dovrà fare in primo luogo tutti gli sforzi diplomatici possibili per ammorbidire la posizione degli Stati Ue più ostili. Ma la strada è ancora lunga perché, pur ammettendo che tutte le risorse promesse vengano effettivamente approvate, il Paese dovrà dimostrare di farne buon uso.

Un secondo ordine di difficoltà risiede infatti, e paradossalmente, in quella mancanza di scuse cui si è fatto accenno. Più di una generazione di politici ha costruito le proprie carriere e fortune elettorali su colpe e responsabilità attribuibili ad altri. Ma ora i vincoli economici e finanziari si sono fortunatamente dissolti: è stato sospeso il patto di stabilità, è caduto il tabù dell’indebitamento, resta garantita la possibilità di indebitarsi a tassi sempre più bassi, sono stati addirittura ottenuti trasferimenti a fondo perduto. Si comincia finalmente a ribaltare il fronte delle iniquità europee che prima era imperniato sull’asse franco-tedesco spesso ostile all’Italia. Oggi il nuovo ruolo della Francia e il nuovo approccio della Merkel sembrerebbero scardinare i vecchi assetti.

Non solo: l’emergenza ha rivoluzionato i nostri comportamenti, le nostre aspettative, le nostre priorità, nonché la nostra disponibilità a cambiare e a svolgere nuovi compiti. Quale occasione migliore quindi per provare a rivoluzionare davvero il nostro Paese? Partendo, naturalmente, da interventi che garantiscano la sicurezza dii cittadini. Sono quindi necessari investimenti nella sanità, perché eventuali nuove ondate di questo o di altri virus possano essere gestite con minore stress per le strutture ospedaliere e per il personale sanitario, e con minori limitazioni dal punto di vista dell’attività economica. Sono fondamentali interventi nella scuola e in particolare nell’edilizia scolastica: sembriamo accorgerci solo ora che le strutture sono inadeguate, quando puntualmente ogni anno osserviamo tetti e muri che crollano negli edifici scolastici.

Ma una svolta vera può avvenire solo se decollano le infrastrutture che uniscono il Paese: grandi opere, le strade, i collegamenti ferroviari ma anche le infrastrutture digitali: gli investimenti che fanno crescere l’Italia e che permettono all’impresa privata di ricominciare a correre e di farlo in maniera più competitiva, creando reddito, ricchezza e posti di lavoro. Una riforma fiscale seria e orientata al mondo produttivo, all’occupazione e alle famiglie. E, parlando di famiglie, inconcepibile non pensare a interventi di sostegno dopo mesi in cui lo stato sociale ha abdicato scaricando sulle stesse cure e assistenza.

Ovviamente, non bastano le parole e non basta la buona volontà. Senza progettualità e senza tempestività, per il nostro Paese sarà l’ennesima occasione perduta. Le risorse europee andranno anche agli altri Stati, nostri alleati oggi nella difficoltà comune ma anche nostri concorrenti ogni giorno - e per di più con uno storico vantaggio competitivo rispetto a noi - nel cercare di attrarre capitale monetario e umano. Possiamo individuare soluzioni originali, ma possiamo anche adattare alla nostra realtà le migliori riforme già adottate in altri Paesi. 
Per farcela, dobbiamo immaginarci come vorremmo il nostro Paese tra dieci anni. Una sfida speriamo non troppo ambiziosa per una classe politica troppo spesso preoccupata solo della prossima tornata elettorale.
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