Caso Milleproroghe/ Il sonno delle Camere genera nuovi mostri

Mercoledì 19 Febbraio 2020 di Cesare Mirabelli
Osservando l’andamento dell’attività legislativa, nella quale convergono e si integrano poteri e responsabilità del Governo e del Parlamento, è possibile notare una doppia e contrastante tendenza, che segnala un perdurante malessere nel funzionamento delle istituzioni. Da una parte la produzione legislativa si riduce, per numero e qualità dei provvedimenti. 

Lo ha segnalato alcuni giorni fa questo giornale, sottolineando che dall’inizio della legislatura sono state approvate 101 leggi e a gennaio appena due. Questo potrebbe anche essere un buon sintomo se, oltre alle leggi indispensabili per il funzionamento dello Stato, come la legge di bilancio, ed ai provvedimenti effettivamente urgenti, il Governo avesse proposto e il Parlamento approvato le leggi organiche di riforma, da più parti invocate come necessarie anche per il rilancio dell’economia. 

Alla ridotta produttività legislativa corrisponde, dall’altro lato, la adozione di leggi omnibus, che tendono a disciplinare in maniera disorganica i più disparati frammenti di materie. Un chiaro esempio è offerto dal decreto legge cosiddetto “milleproroghe”, adottato a fine anno secondo una consuetudine non apprezzabile e che attende di essere convertito in legge entro questo mese.

La stessa intitolazione invalsa nell’uso comune per questo provvedimento suscita qualche consistente dubbio sul buon funzionamento delle istituzioni. Se ogni anno si deve ricorrere a così numerose proroghe di termini stabiliti da leggi precedenti, significa in alternativa o che la macchina non funziona e non è possibile rispettare quei termini, se ragionevolmente fissati, oppure che la loro previsione era del tutto irrealistica. Con l’effetto di suscitare incertezze, nell’attesa di rinvii o di aperture a modifiche, e di rendere instabile la stessa legislazione. 
I tempi stretti, fissati dalla costituzione in 60 giorni, per la conversione da parte del Parlamento dei decreti legge, costituiscono una irrefrenabile tentazione per agganciare a questo provvedimento, mediante emendamenti spesso di iniziativa governativa, ogni altra puntuale disposizione che si vorrebbe sia approvata in tempi stretti, non di rado con la pressione di un voto di fiducia che copra l’intera legge. 

Tra i primi autorevoli studiosi della costituzione molti dubitavano fortemente che i decreti legge, emanati in caso di necessità e urgenza con la responsabilità politica del Governo, potessero essere emendati in sede di conversione in legge dal Parlamento, libero di approvare o non approvare. Questo orientamento eccessivamente formalistico è stato giustamente e da tempo superato, rientrando sempre nei poteri del Parlamento introdurre o modificare disposizioni legislative. 

Tuttavia deve essere riconosciuto un limite: non è ammissibile che a un decreto legge, il cui contenuto è circoscritto dagli stretti vincoli della specifica materia per la quale si è riscontrata la necessità e urgenza che ne ha legittimato l’adozione, sia poi considerato come un treno al quale agganciare qualsiasi vagone. Proprio quello che rischia di accadere per il “milleproroghe”, se viene considerato un minestrone nel quale si possa aggiungere di tutto. Sino alla furbesca ipotesi di una limitatissima proroga del termine già fissato per la entrata in vigore delle norme sulla prescrizione dei reati, per giustificare l’inserimento nel ”mille proroghe” di una nuova disciplina sostanziale che recepisca un mutato accordo politico, evitando la fatica e le insidie dell’ordinario e ordinato percorso di una iniziativa legislativa.

Ecco il punto: l’ordinario e ordinato percorso delle iniziative legislative, le quali vedono come primo responsabile il Governo, in attuazione del programma per il quale ha ricevuto la fiducia, e che vengono affidate alla responsabilità del Parlamento perché possano essere discusse, emendate, approvate articolo per articolo e con votazione finale, come vuole la costituzione. 

Ci si potrebbe attendere che questo percorso ordinato stimoli anche la proposta e la approvazione di leggi organiche, che non creino continue incertezze nella loro interpretazione e sulla loro stabilità. Anche così si contribuirebbe ad alimentare quella fiducia necessaria nei rapporti tra cittadini e istituzioni, e che costituisce un elemento non secondario per attrarre investimenti e suscitare sviluppo economico.

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