Il non detto in aula/ La mitezza non basta, al Paese serve una scossa

PER APPROFONDIRE: giuseppe conte, governo, mitezza
Capo d’un governo ancora alla ricerca di una complicata sintesi politica, nel suo primo discorso alle Camere per la fiducia Giuseppe Conte non poteva certo proporre un programma d’azione completo, coerente e per davvero condiviso dalle due forze politiche che lo sostengono. Ha quindi proposto degli obiettivi di massima, anche se discretamente ambiziosi, nella convinzione davvero ottimistica di poter resistere sino alla fine della legislatura. E un metodo di lavoro all’insegna della leale collaborazione tra alleati e d’un riformismo che dovrebbe essere il frutto d’una nuova stagione culturale nel segno della mitezza (in primis sul piano del linguaggio).
Ma soprattutto ha proposto, agli italiani e all’Europa, se stesso. E nuovamente nel ruolo a lui gradito - meno a chi lo sorregge coi propri voti - di mediatore e garante d’un accordo parlamentare a cui gli stessi contraenti, al di là dell’ottimismo di facciata, guardano in effetti con qualche preoccupazione. 

La credibilità acquisita nelle ultime settimane, soprattutto nell’area internazionale, non c’è dubbio che Conte voglia spenderla (magari giocando di sponda col Quirinale) per sottrarsi ai condizionamenti e alle spinte che presto gli verranno dal Pd ma soprattutto dal partito al quale deve la sua fortunata ascesa e il cui capo politico ancora formalmente in sella, Luigi Di Maio, da un pezzo ha preso a guardarlo con malcelato sospetto.
Conte ieri doveva fare dimenticare d’essere appena stato a capo d’un governo di tutt’altro colore e di guidarne ora uno che, per quanto costituzionalmente legittimo, è nato col precipuo obiettivo di impedire a Salvini di fare il pieno alle urne in caso di elezioni anticipate. Con un tono a volte eccessivamente didascalico e burocratico, ha perciò cercato di chiarire il perimetro politico-ideale che dovrebbe conferire senso storico a questa altrimenti assai strana alleanza.

Innanzitutto, l’Europa. Rispetto alla quale questo governo rischia però di mostrarsi sin troppo accondiscendente, senza alcuna venatura critica. Si punta chiaramente sulla benevolenza di Bruxelles quando ci sarà da contrattare maggiori margini di flessibilità finanziaria e politiche meno egoistiche su base nazionale in materia di accoglienza ed immigrazione. Ma per il prossimo futuro, se davvero si crede nella necessità di una riforma dei meccanismi che regolano l’Unione Europea, l’Italia dovrà adottare un atteggiamento meno accomodante.

Non basta auspicare (per il proprio interesse) una modifica del patto di stabilità europea, come ha fatto Conte sulla scia del Capo dello Stato. Serve un’azione diplomatico-negoziale energica e conseguente nelle sedi europee competenti. L’Italia giallo-rossa, così bisognosa di sponde e avalli nelle diverse cancellerie, ne avrà la forza politica?
L’altro punto fermo della nuova maggioranza sono le politiche verdi e a favore di uno sviluppo ecologicamente compatibile. L’ambientalismo, alimentato da campagne sempre più allarmistiche, è la filosofia sociale del momento, che tuttavia rischia seriamente di trasformarsi in un’ideologia vagamente intollerante. La sobrietà invocata da Conte andrebbe applicata anche ai cultori del catastrofismo sui cambiamenti climatici. Proteggere l’ambiente va bene, ma pretendere di farlo nel segno della decrescita sa tanto di utopia romantica. Quanto all’annuncio di un “green new deal”, a partire dalla rigenerazione urbana, non sembra francamente alla portata di un Paese che ha pochi soldi da spendere e grandi ritardi infrastrutturali da recuperare.
Così come la prospettiva di trasformare l’Italia, a partire dal Sud, in una smart nation efficiente e digitalizzata sembra risentire di quell’ottimismo tecnologico, intriso tuttavia d’un inquietante dirigismo tecnocratico affidato alla sapienza di pochi, che è da sempre alla base della weltanschauung grillina per come l’ha costruita il vecchio Casaleggio.

C’è poi la dimensione del sociale e dell’uguaglianza, forse il vero collante ideologico di quest’alleanza, che secondo alcuni in prospettiva potrebbe persino generare un inedito e innovativo soggetto politico d’ispirazione radical-progressista (ma se a questo si pensa l’idea di tornare al proporzionale e ai cento partiti che manovrano in parlamento per una poltrona è davvero un controsenso). Non a caso, ha detto Conte per mandare un chiaro segnale, si partirà dagli asili nido, dal sostegno ai disabili e dal salario minimo, per poi concentrarsi sulla lotta al lavoro precario e sull’occupazione giovanile.
Ma anche in questo caso la bontà degli obiettivi si misura dall’efficacia degli strumenti utilizzati per raggiungerli. Quali saranno? Riguardo alla maggiore integrazione delle donne nella vita sociale e produttiva, evocata anch’essa da Conte, viene facile obiettare che il miglior segnale per la parità di genere sarebbe stato un governo equamente diviso tra uomini e donne. Perché non lo si è fatto?

Si diceva del nuovo metodo proposto da Conte – un confronto permanente tra alleati invece delle liti quotidiani che hanno sfibrato il rapporto tra leghisti e grillini – e del cambio di paradigma linguistico-culturale che dovrebbe accompagnarlo. Va bene lasciarsi alle spalle il frastuono delle polemiche, gli insulti agli avversari e la diffusione scientifica di notizie false. Ma attenzione ai precedenti e alla bontà delle ricostruzioni storiche. Sul primo punto, quello dello stile, il contismo rischia di essere una riedizione del montismo. Quest’ultimo emerse da una situazione di marasma finanziario e fu il frutto di una larga convergenza parlamentare. Stavolta non ci sono particolari emergenze e l’accordo che è nato è squisitamente politico, senza tratti emergenziali. Ma anche allora si disse che Monti doveva guarirci dalle tossine del berlusconismo come Conte dovrebbe oggi guarirci da quelle del salvinismo. 
Il problema è che se le parole e i toni sono importanti in politica, ancora di più lo sono le azioni. Il riformismo è sostanza, non stile, tantomeno è un decalogo di buone maniere. Il sobrio Monti mise mano ad una dura e contestata riforma delle pensioni. Cosa farà il mite Conte per dare un senso al suo riformismo?

C’è poi la verità dei fatti da rispettare sempre. Conte è l’esponente, per quanto spurio e tangenziale, di un partito che più di altri s’è imposto sulla scena a suon di provocazioni verbali e facendo della rete l’arena d’una lotta senza quartiere. Se il M5S ha deciso d’imboccare una strada nuova, rinunciando alla gogna informatica dell’avversario, ne siamo tutti lieti. Ma attenzione a fare gli ingenui sperando nella memoria corta degli elettori e in quella selettiva dei commentatori politicamente affini. Al degrado del linguaggio pubblico Salvini da dato un solerte contributo, ma non è stato il solo e nemmeno il primo. Populisti biechi e propalatori di veleni non sono sempre e soltanto gli altri.
Per dirla in sintesi, ascoltando il discorso di Conte (e la sua replica) l’impressione è che egli coltivi in cuor suo l’ambizione rinnovatrice di Macron (che è il suo evidente faro ideologico, specie quando parla di una stagione umanistica che sta per aprirsi o della necessità di superare le vecchie categorie della politica, oppure quando strizza l’occhio alle tecno-burocrazie in alternativa ai partiti) senza averne la forza progettuale e soprattutto la base di legittimità politico-elettorale.
Ma il tempo, specie se l’opposizione sceglierà la strada sterile della piazza come unica strategia di lotta politica, potrebbe riservare delle sorprese. Gli uomini venuti apparentemente dal nulla non si sa mai dove possono arrivare.
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Martedì 10 Settembre 2019, 00:15






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