Ustica, dopo 39 anni si cerca ancora la verità

Giovedì 27 Giugno 2019
(Teleborsa) - Era il 27 giugno del 1980 quando un DC9 della compagnia aerea Itavia esplose e precipitò nel Mar Tirreno. Il volo partito dall'aeroporto Marconi di Bologna alle 20.08, con due ore di ritardo, e diretto a Palermo Punta Raisi, dove sarebbe dovuto atterrare alle 21.13, scomparve dagli schermi dei radar alle 20.59 mentre procedeva regolarmente a una quota di circa 7.500 metri nello spazio aereo tra Ponza e Ustica, senza aver lanciato nessun sos. Alle 7,25 del 28 giugno, nelle acque internazionali tra le due isole, un elicottero individua una vasta macchia scura di combustibile e circa quattro ore dopo l'incrociatore della Marina Militare Andrea Doria recupera i primi cadaveri delle 81 vittime: 77 passeggeri tutti di nazionalità italiana, tra cui 11 bambini, e quattro membri dell'equipaggio. Concluse il 30 giugno, le ricerche riporteranno alla luce solo 39 degli 81 corpi oltre al cono di coda dell'aereo, vari relitti e alcuni bagagli delle vittime. Oggi i resti del DC9 ripescati a 3600 metri di profondità giacciono nel "Museo della memoria" di Bologna e, a 39 anni di distanza, dopo decenni di indagini, tra ipotesi mai verificate, accuse di depistaggio, processi e sentenze contrastanti, nessun responsabile è mai stato condannato e la strage di Ustica rimane uno dei grandi misteri italiani.

Non c'è nessuna verità ufficiale. O meglio convivono ancora oggi due tesi contrastanti. Archiviata le prima ipotesi di cedimento strutturale con annesse accuse alla compagnia Itavia (fallita in seguito alla tragedia) di far volare "aerei carretta" e quella di una collisione in volo con un altro velivolo, dal groviglio di depistaggi, documenti falsi, morti sospette di testimoni chiave e omertà emergono e rimangono in piedi l'ipotesi, confermata dalle recenti sentenze, dell'impatto con un missile e quella dell'esplosione di una bomba a bordo. Due verità dai diversi esiti risarcitori: se la causa riconosciuta della strage è la bomba, la responsabilità di non avere vigilato sulla sicurezza dell'aereo ricade sull'Itavia (fallita); se è stato un missile, invece, la responsabilità è dello Stato italiano, che avrebbe dovuto prevenire ed evitare l'evento. In mancanza di prove certe, nel corso degli anni, ci sono state sentenze dagli esiti contraddittori. Se in sede penale sono cadute le accuse di depistaggio a carico di diversi militari dell'Aeronautica, la giustizia civile (l'ultima sentenza è quella del Tribunale di Palermo confermata dalla Corte d'Appello lo scorso febbraio) ha condannato i ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire le famiglie delle vittime sostenendo che il disastro fu causato da un missile e che non furono garantite adeguate condizioni di sicurezza al volo Itavia. A partire dal 2004 i 141 familiari superstiti hanno ottenuto, inoltre, il diritto a un vitalizio per il quale si stima che lo Stato spenda complessivamente circa 4 milioni di euro l'anno. Con la stessa motivazione, per "omessa attività di controllo e sorveglianza della complessa e pericolosa situazione venutasi a creare nei cieli di Ustica" la Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i due Ministeri a risarcire 265 milioni di euro Aerolinee Itavia Spa (in amministrazione straordinaria).

Tesi a sostegno dell'impatto con un missile –
Secondo il Tribunale civile di Palermo si può "ritenere provato che l'incidente occorso al DC9 si sia verificato a causa di un intercettamento realizzato da parte di due caccia – che nella parte finale della rotta del DC9 viaggiavano parallelamente ad esso – di un velivolo militare precedentemente nascostosi nella scia del DC9 al fine di non essere rilevato dai radar, quale diretta conseguenza dell'esplosione di un missile lanciato dagli aerei inseguitori contro l'aereo nascosto oppure di una quasi collisione verificatasi tra l'aereo nascosto ed il DC9". Dopo anni di indagini la tesi più accreditata è che il DC9 fu abbattuto da un missile, lanciato da un caccia di nazionalità ancora non identificata, durante una sorta di duello aereo sui cieli del Tirreno, all'altezza dell'isola di Ustica. Tuttavia tra chi sostiene l'ipotesi del missile le cause ipotizzate sono diverse. Se l'elemento comune a tutte è il coinvolgimento della Libia c'è chi sostiene che il missile sia stato lanciato dagli americani, chi dai francesi. Nel 1990 Gheddafi ha accusato gli Usa (impegnati nel giorno dell'incidente in un'esercitazione Nato nel Mediterraneo) di aver preso un abbaglio e di aver abbattuto il DC9 nel tentativo di colpire il suo aereo che era in volo sul Mediterraneo diretto in Europa per riparazioni credendo che il raìs fosse a bordo. Nel 2008 Francesco Cossiga affermò, invece, di aver appreso dai servizi segreti, quando era presidente della Repubblica, che a lanciare il missile a risonanza era stato un aereo della Marina francese decollato dalla portaerei presente nel Mediterraneo per l'esercitazione. La tesi è che i francesi sapevano che sarebbe passato l'aereo di Gheddafi. Per Cossiga "Gheddafi si salvò perché il Sismi, il generale Santovito, appresa l'informazione, lo informò quando era appena decollato e decise di tornare indietro". Secondo Cossiga i francesi questo "lo sapevano e quando videro un aereo dall'altra parte di quello italiano che si nascose dietro per non farsi prendere dal radar capirono che era quello di Gheddafi". La tensione tra libici e francesi nel giugno dell'80 era alle stelle a causa del controllo del Chad così come quella tra Usa e Libia era cresciuta notevolmente in seguito all'attacco all'ambasciata americana a Tripoli nel dicembre del 1979.
Tra le ipotesi va citata anche la misteriosa telefonata di un militare che, alla trasmissione "Telefono Giallo", riferì di uno scontro ravvicinato sui cieli di Ustica tra due F-14 francesi o americani e un Mig libico. Lo stesso aereo la cui carcassa fu ritrovata meno di un mese dopo la strage di Ustica, sulla Sila, insieme al corpo del pilota in avanzato stato di composizione.

Tesi a sostegno dell'ipotesi di una bomba a bordo – Ad avvalorare l'ipotesi che a far precipitare il DC9 sia stata la deflagrazione di un ordigno presente a bordo, probabilmente confezionato con esplosivo T4 è stato nell'84 il ministro della Difesa, Giovanni Spadolini. Tracce di esplosivo sono, infatti, state trovate da un esperto esplosivista dell'Aeronautica su alcuni reperti. La tesi dell'esplosione interna è stata sostenuta tra il '90 e il '94 anche da alcuni periti nominati all'interno dell'inchiesta sul disastro aereo e nel luglio del '94 il collegio peritale nominato dal giudice istruttore Rosario Priore è giunto alla conclusione che sia tecnicamente sostenibile che a causare il disastro sia stata una bomba posta nella toilette posteriore dell'aereo prima del decollo. Nel '95 Giuseppe Zamberletti, sottosegretario agli Esteri nel 1980, ha affermato che la bomba era stata piazzata dal governo libico come avvertimento, con l'obiettivo di impedire all'Italia di stringere un accordo con Malta, ipotizzando anche un collegamento con la strage di Bologna (avvenuta il giorno della firma dell'accordo). Tale accordo di assistenza militare ed estrazione petrolifera subentrava, infatti, a quello tra Malta e la Libia. Negli ultimi anni il senatore Carlo Giovanardi è tornato più volte a sostenere l'ipotesi bomba affermando che le cause dell'attentato sarebbero da ricercare nel cosiddetto "lodo Moro" ovvero il patto segreto tra Italia e filopalestinesi. Per Giovanardi dalle carte emergerebbe che nel '79 Il Fronte Popolare per la liberazione della Palestina (organizzazione controllata dai libici) in seguito al sequestro dei missili trovati a Ortona (dietro al transito dei quali c'era Gheddafi) e all'arresto di un militante del Fplp, considerasse l'accordo violato e stesse progettando una ritorsione. © RIPRODUZIONE RISERVATA