Pensioni, il presidente dell'Inps Tridico: «Ora flessibilità senza far saltare i conti»

Lunedì 2 Agosto 2021 di Luca Cifoni
Pensioni, il presidente dell'Inps Tridico: «Ora flessibilità senza far saltare i conti»

Per il dopo Quota 100 servono forme di flessibilità previdenziale realistiche e compatibili con le esigenze dei conti pubblici. A partire dagli strumenti già esistenti per le attività gravose. A pochi giorni dall'avvio ufficiale del tavolo sulle pensioni, è questa la ricetta suggerita dal presidente dell'Inps Pasquale Tridico in un'intervista al Messaggero.

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Quota 100 finisce il 31 dicembre. Nel vostro Rapporto annuale avete evidenziato i limiti di questa misura.
«La nostra è la prima analisi di quota 100, dopo due anni e mezzo di applicazione. L'anticipo è stato usato soprattutto da lavoratori maschi, nel settore pubblico e con redditi medio alti. E non sembra che abbia prodotto l'auspicato ricambio generazionale».
Tutti però sono preoccupati per quello che succederà dopo.
«Per il dopo non partiamo da zero. Esistono già nel sistema varie forme di anticipo, sulle quali bisognerebbe concentrarsi. I sindacati dicono di volere la flessibilità e propongono Quota 41 ma questa in realtà è una forma di rigidità, come del resto lo era Quota 100. Se si stabilisce una quota senza differenziare rispetto a lavori concreti e carriere viene fuori una misura iniqua. Quota 41 è iniqua ad esempio per le donne o i gravosi, oltre ad essere molto costosa per il bilancio dello Stato»
Quanto costosa?
«Fino a 9 miliardi l'anno, partendo da oltre 4 subito. Abbiamo uno strumento, l'Ape sociale, che andrebbe rafforzato facendo entrare altre categorie degne di protezione, ma sulle base dell'effettiva gravosità delle singole mansioni. E questo all'interno di un sistema contributivo che ormai è la regola. Nella visione della flessibilità io avevo proposto anche un doppio canale, uscita a 63 anni con la quota contributiva mentre la pensione completa scatterebbe ai 67. Un meccanismo del genere porterebbe sostenibilità per i conti pubblici e flessibilità; ma se non lo si adotta allora la via è quella degli interventi chirurgici come appunto l'estensione dell'Ape sociale e delle regole per i lavori usuranti. Anche l'Europa ci chiede di non tornare indietro sulle riforme previdenziali: d'altra parte abbiamo deciso che i nostri figli avranno queste regole e quindi a maggior ragione devono andare bene per noi».

 


Per i figli però il problema sarà avere pensioni adeguate. Cosa si può fare?
«Si può partire dal riscatto gratuito della laurea e dei periodi formativi, per compensare i buchi che ci possono essere nella carriera. E pensare alla pensione di garanzia, che non pone un problema immediato di copertura finanziaria visto che scatterebbe tra trent'anni o più. Poi servono interventi per le lavoratrici, che tengano conto dello scenario demografico: quindi sgravi contributivi legati alla maternità, come avviene in Germania».
Intanto dall'Istat arrivano numeri positivi su Pil e lavoro. Come li valuta?
«In un contesto in cui la situazione del Paese resta comunque difficile sono risultati positivi. Direi che siamo sulla parte alta della V della ripresa, in particolare per quanto riguarda il lavoro. A differenza di quanto avvenuto a partire dal 2008 con la crisi finanziaria, è stata decisiva l'azione del legislatore: con i vari aiuti che hanno sostenuto il lavoro, le imprese e i consumi la situazione economica è stata in un certo senso congelata e l'Italia è riuscita a tenere i motori accesi per la ripresa. E stavolta riusciamo ad avere una crescita più forte di quella di altri Paesi, mentre in precedenza succedeva il contrario».
La tendenza positiva dell'occupazione proseguirà anche a luglio, quindi dopo la fine del blocco dei licenziamenti?
«Dai dati che abbiamo sulle entrate contributive ci aspettiamo anche a luglio lo stesso trend positivo registrato a maggio e a giugno. Le entrate contributive sono il vero termometro dell'attività economica: le aziende stanno rilanciando, assumono e pagano i contributi. A fine anno, se non succede qualcos'altro, possiamo raggiungere il livello del 2019»
E quindi ora cosa serve? Come si esce dalla stagione dei sussidi?
«Per rendere il rilancio duraturo bisogna fornire strumenti aggressivi di politica industriale, fatti di incentivi selettivi, ovvero che cambino le strategie di investimento, di assunzione e di consumo. E poi ovviamente c'è il Pnrr, che è importante al di là della quantità di risorse perché sta posizionando il Paese su una frontiera tecnologica più avanzata. Come già accaduto in altri Paesi, a partire dagli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale, la spinta dello Stato nei settori strategici può portarsi dietro gli investimenti privati. L'economia ha la possibilità di godere di un grande sforzo pubblico per alzare l'asticella tecnologica di tutto il Paese».
Il reddito di cittadinanza ha bisogno di essere rivisto?
«Se il reddito ha un problema, riguarda i centri per l'impiego e non il reddito stesso. Bisognerebbe concentrarsi su quelli e sui meccanismi che già esistono all'interno dello strumento, come la formazione e l'inclusione sociale, i Puc gestiti dai Comuni che andrebbero rafforzati. Noi oggi abbiamo quasi due milioni di beneficiari di Naspi, che dovrebbero essere il primo bacino in cui un datore di lavoro cerca. Il reddito di cittadinanza invece è un trattamento minimo, che diamo ai lavoratori che non raggiungono una certa soglia di reddito, ma anche a disabili, pensionati, ragazzi sotto i 18 anni. Per i due terzi sono persone che per definizione non possono lavorare. Per il restante terzo, una parte riceve un'integrazione al reddito di lavoro, altri non risultano nei nostri archivi e quindi non hanno mai lavorato: erano ai margini della società. Il valore medio è di 550 euro al mese per nucleo familiare, che non rappresenta certo uno spiazzamento rispetto al mercato del lavoro».
Allora perché esercenti e albergatori si lamentano di non trovare mano d'opera?
«Ai lavoratori stagionali, con le varie tranches, sono stati dati in tutto 8.600 euro di bonus a condizione di essere disoccupati. Semmai è stato questo sussidio che può aver scoraggiato il lavoro».
Dopo la crisi pandemica riprenderà la discussione sul salario minimo?
«Il salario minimo è uno degli strumenti che manca in Italia, per non aggravare gli squilibri in un Paese in cui c'è una componente di contrattazione non rappresentativa, che punta al dumping salariale. Un importo tra 8 e 9 euro lordi l'ora, in linea con le indicazioni della commissione europea, includerebbe tra il 15 e il 26 per cento dei lavoratori. Si sposterebbero 4-5 miliardi di euro sul salario aumentando anche il gettito fiscale per lo Stato».
L'idea però, oltre che alle imprese, non piace troppo nemmeno ai sindacati.
«In molti Paesi in cui salario minimo è stato introdotto o incrementato negli anni recenti c'è stato un aumento di produttività, con un effetto neutro sull'occupazione. Per le imprese si può pensare ad una contropartita: abbiamo alcune aliquote contributive minori, sulla Naspi o sull'assegno al nucleo familiare (destinato tra l'altro ad essere riassorbito in quello universale) che valgono 3-4 miliardi. Potrebbero essere fiscalizzate e la riduzione di costo compenserebbe le imprese. Ai sindacati dico che la contrattazione ha svolto una funzione importante, ma oggi molti lavoratori ne restano fuori, proprio nei settori in cui i salari sono molto bassi. Quindi il salario minimo non è un'alternativa alla contrattazione, come dimostra il modello tedesco».

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Ultimo aggiornamento: 3 Agosto, 10:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA