Leopoldo Destro: «La ripresa è già iniziata, servono nuovi lavoratori»

Domenica 20 Giugno 2021 di Ario Gervasutti
Leopoldo Destro

La lezione di questa pandemia? «Abbiamo imparato che dobbiamo continuare a imparare, per tutta la vita». Sembra un aforisma, la sintesi che Leopoldo Destro fa di questo periodo storico in cui tutto è (forse) cambiato. Il presidente degli Industriali di Padova e Treviso l'aveva detto in tempi non sospetti: «Il capitale umano è quello su cui si devono basare le aziende». Lo dice a maggior ragione oggi, dopo l'assemblea di Venetocentro celebrata quando, finalmente, sembra vedersi la luce in fondo al tunnel.


«Investire sul personale»: una frase che non si sentiva da tempo dal fronte degli industriali.
«È un pregiudizio. In realtà gli imprenditori sanno bene che le loro fortune dipendono molto dalla qualità dei loro collaboratori. La pandemia ha dimostrato che le competenze cambiano velocemente. Perciò è fondamentale il ruolo centrale della scuola, intesa dalle elementari all'università».


E gli industriali che cosa pensano di fare?
«Come Assindustria Venetocentro abbiamo instaurato un forte dialogo con le università di Padova e Venezia, con un protocollo di confronto sulle competenze richieste dalle aziende e alle quali si dovrebbero preparare gli studenti».


C'è ancora molta differenza tra la formazione offerta e quella richiesta dalle imprese?
«La forbice si è abbassata, ma è ancora aperta. Riguarda sia le università che le scuole superiori, e anche gli ITS. Ci siamo attivati per la promozione di nuovi ITS che seguano nuove competenze, come il digitale e la cyber security».


Davvero ci sono così tanti posti di lavoro che non riuscite a coprire?
«L'andamento dell'industria è finalmente positivo: la produzione è a +1%, l'export a +5%, le aziende stanno crescendo e hanno un portafoglio ordini molto consistente. Ma non trovano manodopera in generale, men che meno con specifiche competenze».


A fronte di questa situazione, la richiesta di sbloccare i licenziamenti non è quantomeno incongruente?
«Al contrario: lo sforzo deve essere quello di allineare le competenze ma anche di creare l'aggiornamento delle forze lavoro attuali. Guardi che dobbiamo farlo anche noi all'interno della Associazione».


Ma volete espellere gli inadeguati?
«Nessuno vuole mettere in strada i lavoratori. Noi chiediamo politiche attive della formazione per le nuove competenze».


È colpa del Reddito di cittadinanza se non trovate lavoratori generici?
«In molti casi, temo di sì».


Se il gioco non vale la candela, aumentate gli stipendi...
«Potrei rispondere che se lo facessimo finiremmo fuori mercato. Ma vado oltre: e dico che il compromesso si trova sempre. Il problema economico esiste, ma è relativo. Se si dialoga e si trova il giusto compromesso, la soluzione viene fuori. Il sistema va rivisto: se da un lato metto a disposizione un percorso di formazione e politiche attive (con un costo, non dimentichiamolo), e dall'altro lato lo Stato mette sul piatto il Reddito di cittadinanza, è comprensibile che ci sia chi dice chi me lo fa fare».


Al governo però adesso c'è Draghi: vi basta?
«Il giudizio sul governo è positivo, spero possa continuare. Ma i miracoli non si fanno dalla sera alla mattina. Abbiamo riacquistato grande credibilità a livello internazionale, come si è visto al G7. Speriamo di progredire così».


In base ai vostri numeri, la ripresa è a portata di mano. Che cosa manca per decollare?
«In questo momento il tema della carenza di materie prime si fa sentire parecchio».


Colpa della Cina?
«Ci sono diverse dinamiche. È esplosa la domanda, la risposta è rallentata da difficoltà logistiche oggettive, c'è anche una oggettiva speculazione cinese in tutti i settori, dal legno ai metalli, alla plastica, alla gomma. È importante ora avere una politica industriale che accorci la filiera».


La pandemia è servita anche a capire che portare troppe produzioni fuori dall'Italia può essere un boomerang?
«Sia chiaro che chi ha investito all'estero in questi anni l'ha fatto per avvicinarsi ai clienti. Ma se parliamo di manifattura, il made in Italy deve poter contare su una filiera produttiva qui».


Adesso va di moda la sostenibilità: ma è una moda, appunto, o qualcosa di concreto?
«L'Italia ha risorse nascoste, che non pubblicizza: sulla decarbonizzazione, la circolarità dell'economia e le certificazioni siamo tra i primi Paesi del G20. Dobbiamo comunicarlo in modo migliore e diverso perché la sostenibilità sarà un valore aggiunto a livello di competitività mondiale. Siamo più avanti di molti altri».


A proposito di valore: come sono cambiati i rapporti con le banche dopo la scomparsa dei grandi istituti veneti?
«Siamo lontani dal rialzarci dopo aver perso banche che avevano fatto crescere le PMI del Nordest. Le aziende devono obbligatoriamente crescere a livello patrimoniale. Ma non ci sono solo le banche come strumento di finanza. Comunque, ben vengano le aggregazioni bancarie, l'importante è che non perdano identità e conoscenza dei clienti. Nella pandemia hanno fatto la loro parte grazie alla moratoria: devono continuare a farlo».

 

Ultimo aggiornamento: 21 Giugno, 09:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA