Green pass obbligatorio, nei porti in gioco 3 punti di Pil: sotto scacco l’import-export

Previsti disagi a Trieste con il 40% di No vax ma nessun impatto per Civitavecchia e Napoli

Giovedì 14 Ottobre 2021 di Francesco Bisozzi
Green pass obbligatorio, nei porti in gioco 3 punti di Pil: sotto scacco l import-export

L’approdo del certificato verde obbligatorio nei porti tricolori adesso preoccupa. A rischio l’import dalla Cina, ma anche l’export verso gli Usa. Il punto della questione è che se il documento sanitario dovesse rallentare l’approvvigionamento delle merci che viaggiano via mare (sono a rischio stop non solo le attività del porto di Trieste, dove i No-vax sarebbero il 40% del totale dei lavoratori portuali, ma anche quelle di Genova, Livorno e Gioia Tauro in Calabria) allora ciò potrebbe innescare una mini crisi energetica oltre a una contrazione dei consumi legati al Natale. 

Più nel dettaglio, il contributo all’economia nazionale del sistema marittimo è pari a circa il 3 per cento del Prodotto interno lordo. Più di un terzo degli scambi commerciali internazionali italiani avviene infatti via mare, una quota seconda in graduatoria solo al trasporto su gomma. Nel 2019, per esempio, nei porti italiani si è registrato un volume di merci pari a 479 milioni di tonnellate. E da un punto di vista dei partner commerciali, la Cina rappresenta circa il 18 per cento di tutto l’import marittimo italiano. Alla luce di questi dati il timore è che a dicembre scarseggino nei negozi i prodotti di elettronica, console per videogiochi e telefoni smart, ma anche le decorazioni e le luci per addobbare l’albero. 

Insomma, è allarme natale: solo la spesa per i regali vale a dicembre circa 9 miliardi di euro in media. Preoccupa anche il possibile impatto dell’obbligo diffuso di Green pass sull’approvvigionamento di materie prime energetiche. Basti pensare che nei porti italiani vengono movimentati circa 190 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi ed energetici, un valore superiore a quello di Paesi come la Spagna (180 milioni), la Francia (140 milioni) e la Germania (soltanto 45 milioni di tonnellate). Insomma, pesa la nostra dipendenza dall’estero per la copertura del fabbisogno di materie prime energetiche. 

A ogni modo, le nuove regole relative al passaporto verde in vigore da domani dovrebbero impattare meno sui porti di Civitavecchia, Napoli e Salerno, dove la quota di lavoratori No vax sarebbe minima. Così Pino Musolino, il presidente dell’Autorità dei porti del Lazio: «Da noi la quota di non vaccinati è minima dunque a meno di sorprese non temiamo blocchi delle attività portuali. Lo scorso anno Civitavecchia ha perso oltre il 99% dei passeggeri legati al traffico crocieristico e, al pari degli altri porti italiani, ha registrato una contrazione del 10 per cento del traffico merci. Non possiamo permetterci ulteriori stop e il personale lo ha capito. Se gli altri porti dovessero fermarsi allora le compagnie potranno dirottare le navi verso gli scali in funzione». 

 

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Le attività


Pure nei porti di Napoli e Salerno non si preannunciano problemi per effetto dell’entrata in vigore del Green pass. Fonti sindacali assicurano che in questi due scali il numero dei lavoratori che non si sono vaccinati è minimo e non rischia di compromettere le regolari attività dei due scali. Bene anche i porti della Puglia, dove stando all’Autorità di sistema portuale del mare Adriatico meridionale in alcuni settori la totalità dei lavoratori risulta coperta da vaccino. Le merci movimentate via mare in Italia sono in gran parte rinfuse liquide (37,5%), seguite dal segmento container (23,2%), dal cosiddetto roll-on e roll-off (22,2%), dalle rinfuse solide (12,3%) e dalle merci varie (al 4,9%). Ma se le attività portuali dovessero accusare il colpo nelle prossime ore allora non sarà solo l’import a soffrire. Verso gli Stati Uniti si dirige il 24% delle nostre esportazioni via mare. Nel 2019 il valore degli scambi commerciali internazionali via mare dell’Italia è stato pari a circa 250 miliardi, il 36% del totale movimentato. Il traffico internazionale è per il 52% attribuibile all’import (per circa 130 miliardi) e per il restante 48% all’export (119 miliardi). Nel 2019 tra i principali Paesi europei l’Italia era seconda solo alla Germania per peso delle esportazioni di beni sul Pil (26%).
 

 

Ultimo aggiornamento: 15 Ottobre, 09:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA