Effetto Def/L’importanza di non sbagliare sulle riforme

Sabato 17 Aprile 2021 di Paolo Balduzzi
Effetto Def/L’importanza di non sbagliare sulle riforme

I conti non tornano: è questa la prima impressione che si ha sfogliando il Documento di economia e finanza (Def) per il 2021, approvato dal Consiglio dei ministri dello scorso 14 aprile. Il Def è il primo atto formale con cui si inaugura la sessione di bilancio per il triennio 2022-2024. Si tratta naturalmente di un documento preliminare i cui contenuti saranno prima valutati dalla Commissione Ue e poi aggiornati dal legislatore nel corso del prossimo settembre.

Ma è un passaggio comunque molto importante, anche in anni normali, perché permette di capire le intenzioni del governo, soprattutto in termini di politica economica e di riforme, per il triennio a venire. A maggior ragione, quindi, in questo che anno normale non lo è di certo. Il Def è interessante sotto diversi punti di vista: le cifre si confermano molto rilevanti e confermano un rapporto tra deficit e pil ancora in crescita nel 2021; e i contenuti saranno ricchi di progettualità e riforme, nelle parole del governo. Insomma, un documento che fa intravedere una luce in fondo al tunnel. 


Ma è proprio a causa di questo clima di sostanziale ottimismo che leggendo le cifre si rimane piuttosto perplessi. Dopo un crollo del reddito nazionale come quello sperimentato finora (-8,9% nel 2020), una crescita per l’anno in corso del 4,5% sembra davvero poca cosa. Certo, ci vuole prudenza nelle stime. E ciò è saggio: anche perché il piano vaccinale sta andando molto più a rilento di quello che avevamo auspicato e le ulteriori due ondate del virus hanno prorogato le chiusure. Sarà allora nel futuro che recupereremo questa crescita? Niente affatto! Siamo già praticamente all’apice del recupero.

Ancora un incremento (+4,8%) nel 2022 e poi dei ben più modesti +2,6% nel 2023 e +1,8% nel 2024: un dimezzamento (e anche oltre) delle prospettive di crescita nel giro di un paio di anni. Si tratta peraltro di tassi di crescita dello scenario programmatico, vale a dire quello che considera già gli effetti delle misure contenute nello stesso Def. L’impatto rispetto allo scenario tendenziale, che invece non le considera, è solo dello 0,4% in più per il 2021.

A fronte di interventi in extradeficit di 108 miliardi nel 2020 e di (finora) oltre 70 nel 2021. Ammettiamolo: non è esattamente questo l’effetto da “moltiplicatore keynesiano” che ci saremmo aspettati. E fuori luogo appaiono certi toni quasi trionfalistici nelle pagine del Def: l’espressione che si legge a pagina 3 - «tassi di incremento mai sperimentati nell’ultimo decennio» - è certamente vera, ma solo se presa alla lettera. Dieci anni fa eravamo ancora in piena recessione a causa della crisi economica: non è che sia stato scelto un periodo di confronto molto impegnativo. E che senso ha confrontare pere e mele, per ricordare la saggezza senza tempo della nostra maestra alle elementari?

In Europa, nell’ultimo decennio, si è fatto ovunque molto meglio di noi. C’è forse da aspettarsi che sarà così anche ora? Dopo un crollo come quello sperimentato nel 2020, un rimbalzo tecnico del pil è naturale: è la capacità di mantenere tassi di crescita più elevati nel corso del tempo a fare la differenza, non certo un confronto numerico tra periodi storici scelti in maniera fin troppo opportuna. Si è spesso paragonato l’effetto del covid a quello di una guerra: perché allora non ricordare i tassi di crescita del nostro Paese proprio nel secondo dopoguerra, in quei mitici anni ’50 che grazie a tassi di crescita in media superiori al 6% (innestati da un piano Marshall ben congegnato) hanno fatto parlare di “miracolo italiano”?

Oggi, al contrario, un nuovo miracolo non si intravede. La verità è che i moltiplicatori keynesiani funzionano bene nei libri di testo di macroeconomia e nelle teste di quegli studenti pigri (e docenti e politici ancora più pigri) per cui l’economia si riduce a un esercizio matematico. Al contrario, l’economia è una scienza sociale e l’attività economica reagisce a stimoli che non sono meramente monetari. Contano gli incentivi, contano le prospettive; contano la fiducia nel futuro, la certezza del diritto e delle regole, e la giustizia di queste ultime. E contano naturalmente i contenuti: quando si parla di investimenti, soprattutto in Italia «uno (euro) non vale certo uno».

È quindi evidente che cresca ogni giorno di più l’attesa per i contenuti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), su cui si gioca il destino di intere generazioni. In effetti lo riconosce lo stesso Governo: le stime non tengono conto dei contenuti del Pnrr (oltre 200 miliardi nei prossimi 5 anni). Ciò si delinea come una prudente opportunità, vero: ma anche come un monito: quale sarà davvero l’impatto delle misure previste dal Piano? Al momento, continuano a mancare le riforme che davvero servono: la riforma della giustizia, quella della burocrazia, la riforma fiscale (forse nella seconda metà del 2021), un intervento definitivo sul sistema pensionistico. In periodi come questo, è evidente la volontà di essere ottimisti.

Ma l’ottimismo non può diventare illusione. I tassi di crescita del 2% in Europa erano la norma ben prima della potenza di fuoco del Recovery fund. Il mondo non ci darà una pacca sulla spalla come si fa a un bambino che ha da poco imparato ad andare in bicicletta; il mondo valuta la differenza di velocità tra adulti che da tempo dovrebbero essere in grado di guidare una bicicletta. Se le riforme saranno sbagliate, i divari aumenteranno quando la fase espansiva finirà. Avremo un debito pubblico enorme, uno dei più grandi nella storia repubblicana, e livelli di deficit da anni ’90 del secolo scorso, prima che l’ingresso nell’Unione monetaria permettesse di diminuire i tassi d’interesse.

La differenza la faranno invece la capacità di cambiare passo e di dare le risposte a famiglie e imprese: a chi vorrà aprire un’attività creando lavoro, specialmente al sud e specialmente occupando giovani e donne; a chi vorrà formare una famiglia, senza obbligare uno dei genitori a rinunciare al lavoro; a chi vorrà studiare, senza costringerlo ad andare all’estero per veder riconosciuti i propri sforzi. 

Ultimo aggiornamento: 23:03 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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