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Stop alla vendita di auto benzina e diesel nel 2035: ecco chi potrà ancora circolare e chi no

A partire dal 2035, nei paesi membri non potranno più essere venduti né automobili né furgoni a combustione interna di nuova immatricolazione

Mercoledì 29 Giugno 2022 di Giusy Franzese
Stop alla vendita di auto benzina e diesel nel 2035: chi potrà ancora circolare e chi no

Niente slittamenti di date: lo stop alla vendita di auto alimentate a benzina o diesel scatterà nel 2035. Il Consiglio dei ministri Uer è stato irremovibile e non ha accolto le proposte di alcuni Paesi, tra cui l’Italia, di spostare la data al 2040. Nell’accordo però, su richiesta di paesi tra cui Germania e Italia, l’Ue-27 ha convenuto di considerare un futuro via libera per l’uso di tecnologie alternative come carburanti sintetici o ibridi plug-in se capaci di raggiungere la completa eliminazione delle emissioni di gas serra. Nel 2026 inoltre si farà un primo tagliando, per capire se servono modifiche. Decisa anche la data in cui mettere fine agli incentivi per le auto elettriche e a basse emissioni dal 2030. Ora partirà la negoziazione con i membri del Parlamento europeo per arrivare al testo finale. Ecco quindi lo scenario per i consumatori dei prossimi anni.

COSA CAMBIA PRIMA DEL 2035

Nulla, le auto a benzina e diesel potranno in teoria essere vendute, anche se è lecito immaginare che più ci si avvicini alla data più i consumatori saranno attenti alle scelte. Anche perchè le case automobilistiche inizieranno a spingere sulla riconversione producendo sempre minori modelli e vetture ad alimentazione tradizionale.

COSA SUCCEDE NEL 2035

A partire dal 2035, nei paesi membri non potranno più essere venduti né automobili né furgoni a combustione interna di nuova immatricolazione. Ammessi tutti quei motori e soluzioni che non producono anidride carbonica. Cosa che attualmente coinvolge soltanto i motori al 100% elettrici. Resterebbero fuori quindi anche le ibride plug-in, visto che non abbattono del 100% le emissioni di Co2.

AUTO USATE

Il divieto riguarda solo i mezzi di nuova produzione e non quelli già in circolazione. I veicoli già immatricolati quindi potranno circolare fino a fine vita. Esperti del settore immaginano una sorta di corsa all’usato per accaparrarsi le auto a combustione termica in circolazione, con un aumento delle quotazioni.

IL SALVA FERRARI

I ministri europei hanno anche approvato una proroga di cinque anni dell’esenzione dagli obblighi di Co2 concessa ai produttori cosiddetti di nicchia, ovvero quelli che producono meno di 10.000 veicoli all’anno. La clausola, denominata “emendamento Ferrari”, andrà a beneficio in particolare dei marchi del lusso.

LO STEP DEL 2026

Nel 2026 si farà il punto della situazione sulla transizione a livello tecnico e di impatto sui posti di lavoro e l’occupazione nei settori industriali. In seguito a tale verifica potrebbe cambiare qualcosa. Lo ha detto chiaramente il vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans: l’obiettivo zero CO2 al 2035 è qualcosa «che le auto ibride ad oggi non possono conseguire, ma se i costruttori pensano di poterlo fare, vedremo, faremo le nostre valutazione nel 2026, dipende da loro».

IL NODO COLONNINE

La carenze di stazioni di ricarica è una delle preoccupazioni che maggiormente hanno gli automobilisti che devono acquistare un’auto elettrica. A dicembre 2021, secondo l’associazione di operatori del settore dell’auto elettrica Motus-E, a fronte di 122mila automobili elettriche in circolazione lungo le strade italiane, erano a disposizone 26mila punti di ricarica, distribuiti in 10mila diverse location in tutta Italia (ogni colonnina ha almeno due prese). Evidentemente si tratta di un numero esiguo se le auto elettriche dovessero aumentare e addirittura diventare la maggioranza dal 2035. Il Pnrr individua la necessità, da qui al 2030, di installare 7.500 punti di ricarica rapida lungo la rete autostradale e circa 14mila nei centri urbani.

L’IMPATTO SULL’OCCUPAZIONE

Secondo Clepa, associazione europea che raggruppa oltre 3mila produttori di componenti per automobili, sono a rischio in tutta Europa circa mezzo milione di posti di lavoro. L’impatto maggiore riguarderà la Germania, con la perdita di 121 mila posti di lavoro, e a seguire l’Italia che vedrebbe sfumare oltre settantamila posti, se non riconvertiti.

 

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