Le solite ingerenze/ I fantasmi di Bruxelles contano meno dei mercati

PER APPROFONDIRE: jean claude juncker, manovra, spread, ue
Le solite ingerenze/ I fantasmi di Bruxelles contano meno dei mercati

di Osvaldo De Paolini

Tanto tuonò che piovve. Il paragone tra Italia e Grecia che ieri Jean-Claude Juncker ha fatto a un'ora pericolosamente tarda per il presidente della Commissione europea, risponde a un copione logoro che è proprio dei vecchi burocrati di Bruxelles i quali, ogni volta che dovrebbero dimostrare sommo senso di responsabilità per sostenere un Paese che vive una fase di transizione problematica, con un riflesso pavloviano ricorrono al polveroso arsenale dei fantasmi da temere e dei dogmi da rispettare, offrendo così alimento prelibato ai mercati che di norma fanno subito sentire - cosa che probabilmente accadrà questa mattina a Piazza Affari - la loro voce tonante.

Ora, ancor prima che Juncker si svegliasse dall'abituale torpore - peraltro dimostrando una conoscenza assai modesta della consistenza del patrimonio finanziario degli italiani che, come ha spiegato domenica Il Messaggero, è almeno doppia rispetto al debito del Tesoro, per cui un paragone con la Grecia è quanto di più inidoneo si possa immaginare - ci eravamo fatti da soli un'idea di come rilanciare la crescita nel nostro Paese, che può avvenire non certo attraverso capitoli di spesa improduttiva, peraltro privi della necessaria copertura prevista dalla Costituzione, bensì puntando anzitutto su massicci investimenti infrastrutturali, i soli capaci di dare alla crescita la spinta necessaria per rendere più sostenibile il peso del debito.

La questione attorno alla quale avviare il dibattito non è perciò la violazione di un tabù, di per sé assai discutibile e comunque che è legittimo infrangere vista la sua natura; è semmai come contemperare l'interesse dei cittadini che hanno votato un progetto di governo con una sacrosanta manovra choc capace di stupire i mercati per credibilità e solidità. Ciò che va rimproverato al governo giallo-verde è infatti di avere, perlomeno nelle prime intenzioni enunciate attraverso gli obiettivi del Def, replicato in un certo senso le manovre finanziarie elettorali destinate a ingraziarsi le fasce sociali di riferimento che gli ultimi governi Pd e di Centrodestra hanno perseguito.

Non a caso nel tardo pomeriggio di ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato il premier Giuseppe Conte per metterlo in guardia dal proporre al Parlamento una manovra non rispettosa degli obblighi costituzionali ancor prima che delle regole imposte da Bruxelles. Perché se è vero che il giudizio della Commissione europea può sfociare in una procedura d'infrazione con conseguenze concrete solo nel lungo periodo, gli effetti di una manovra non credibile nei numeri e nelle finalità farebbe scattare immediatamente la tagliola delle agenzie di rating. Con conseguenze gravi sia sul fronte del rifinanziamento del debito sia su quello dei prestiti a famiglie e imprese, con un effetto impoverimento che colpirebbe soprattutto le fasce più deboli.
Tutto ciò i mercati sono in grado di percepirlo prima di chiunque altro, come dimostra la rapida inversione degli umori cui abbiamo assistito ieri. Il Messaggero ha più volte ribadito che quando si tratta di politica economica, salvo i limiti costituzionali non ci sono dogmi invalicabili; a patto però che le proposte dei governi siano credibili e sostenibili, nei numeri e nella qualità dei progetti. Perché i mercati valgono più dei fantasmi che vengono agitati da Bruxelles.
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Martedì 2 Ottobre 2018, 08:00






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1 di 1 commenti presenti
2018-10-02 10:07:56
....primo l'Italia bene o male e' un paese industriale,la Grecia no,secondo ormai jumker e' un'anatra zoppa,terzo il lussemburgo ha sempre lavorato con i soldi degli altri....percio'......,vada ora a fare le sue interessate prediche ai piccioni dei girdinetti di brussell........!