Dante Alighieri e il difficile rapporto con i soldi: «Il problema non è il denaro ma l'utilizzo che se ne fa»

Mercoledì 21 Luglio 2021 di Marco Barbieri
Dante Alighieri nel ritratto firmato da Agnolo Bronzino

Possibile che il padre della lingua italiana sia stato così ostile al denaro? In questo anno dedicato a lei, Dante Alighieri, 700 anni dopo la sua morte, ci spiega la ragione?

«Non sono mai stato contro il denaro, ma contro l’uso che se ne fa. Sono sempre stato contro l’inganno che il denaro suscita negli uomini. Ho sempre condannato l’avarizia. E l’usura».

Proprio all’inizio della sua Commedia, divina non c’è che dire – anche se temo che sempre meno persone la vadano a leggere, purtroppo – evoca tre animali feroci: un leone, una lince, una lupa. Tre allegorie per rappresentare la superbia, la lussuria e l’avarizia. Perché così severo con l’avarizia?

«Mi apparve per ultima, ma è quella che mi fece più spavento. La lupa. Se non fosse stato per Virgilio, da quella selva oscura non sarei mai uscito, proprio a causa della lupa. Magrissima, ma carica di ogni desiderio immondo».

Avarizia e cupidigia. Ma non è solo una questione di denaro.

«Vero. Mi lasci citare san Paolo: fu proprio lui a definire l’avarizia la radice di ogni male. Ma come dice lei l’avarizia non riguarda solo la bramosia di denaro. Scrissi proprio che la lupa “di tutte brame sembiava carca”. Una fame senza fine animava quella lupa. Una fame infinita anima tutti gli avari. Una fame di denaro? Sì, ma anche di potere, di beni, di possesso. Senza poi saperne che fare, se non ingozzarsene».

Avarizia e cupidigia sono la stessa cosa?

«Direi di sì. Cupidigia cieca e ira folle sono le cattive compagne che portano alla miopia nella vita e non ci fanno guardare lontano. Ci negano l’eternità».

Il tema diventa complesso. Lei sa che l’eternità potrebbe essere un argomento divisivo?

«Io divisivo - ma che brutta parola - lo sono sempre stato. È nella mia natura. E non ci rinuncio. L’eternità, la chiami come vuole, è una prospettiva senza la quale non avrebbe senso nemmeno parlare di denaro. L’avaro è colui che vorrebbe portarsi il denaro nell’aldilà, lo chieda al mio caro giovane collega, Molière. L’accumulo di denaro è la colpa vera, se non ci diamo il tempo di dare corpo ai sogni, con quel denaro. La cupidigia è il contrario. Vuol dire soffocarsi nel possesso dei beni materiali. Senza senso».

 

 

Nel quarto cerchio del suo Inferno avari e prodighi sono colpevoli allo stesso modo. E hanno una pena reciproca. Spingono o trattengono dei massi, senza saperne più il perché.

«Appunto, vogliono denaro da conservare o da spendere in maniera compulsiva - dite così, vero? – senza saper rispondere alla domanda: perché? Peggio di tutti gli usurai, che invece il denaro lo vogliono solo per un motivo: per prestarlo e per guadagnarci».

E che cosa c’è di male nel voler guadagnare dal prestare denaro?

«Lei sa bene che l’usura ha impegnato secoli di dibattiti, prima e dopo di me. Investire è lecito. Anzi, doveroso. Si ripassi la parabola dei talenti. Ma la questione è sempre la stessa: il motivo, il senso, il perché. L’economia, si ricordi, è la gestione della casa. E se la casa è il mondo, l’economia deve essere per sua natura sostenibile. Giusto? Ecco, a questo punto le sembra che l’usura sia lecita? E’ estrattiva o generativa?». 

Confesso che mi ha spiazzato. Soprattutto questo riferimento contemporaneo alla cultura delle società benefit. Non mi aspettavo il riferimento ai temi della sostenibilità. Ma il suo odio per l’usura potrebbe avere una spiegazione psicoanalitica?

«Non so di che cosa parla».

Ha ragione. Mi chiedevo solo se aver avuto un padre usuraio, Alighiero di Bellincione, avesse contribuito a motivare la sua ostilità nei confronti dei prestatori di denaro...

«Ufficialmente era uno degli ottanta cambiavalute attivi a Firenze. Dall’età di 12 anni non ho avuto alcun rapporto con lui. Sono cresciuto con mio nonno, mercante. Come lei sa non ho mai amato parlare di mio padre. Ho scritto tanto, ma non l’ho mai citato. Forese Donati mi rinfacciò questa colpa paterna. Di certo io sono cresciuto con pochi soldi. Proprio a causa di questa modesta condizione economica non ho potuto studiare quanto avrei voluto. Un libro, ai miei tempi, costava più di un bue».

La sua effigie l’abbiamo vista sulle monete da due euro, coniate in Italia. Molto prima di questo anniversario. Che cosa ne pensa?

«Sarò sincero: mi aspettavo di più di 2 euro. Pape satan, pape satan, aleppe».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimo aggiornamento: 22 Luglio, 16:40 © RIPRODUZIONE RISERVATA