Coronavirus, industrie chiuse a metà: sindacati verso lo sciopero

Martedì 24 Marzo 2020 di Giusy Franzese

Quasi certamente l'elenco delle categorie di imprese che possono rimanere ancora aperte sarà sfoltito. Dopo una giornata di vibranti proteste da parte dei sindacati contro le maglie troppo larghe del decreto Chiudi Italia varato domenica scorsa dal governo, e dopo gli allarmi sulla tenuta economica del Paese lanciati da Confindustria e altre associazioni di imprese, stamane i leader di Cgil, Cisl e Uil - Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo - torneranno a riunirsi in videoconferenza con i ministri Stefano Patuanelli (Sviluppo) e Roberto Gualtieri (Economia). La riunione è stata chiesta dagli stessi sindacati. Le aspettative sono appunto quelle di una revisione della lista che consente a 80 categorie produttive di restare aperte. L'imperativo adesso è evitare il muro contro muro, cercare di non spezzare il filo del dialogo tra le parti sociali. Da questo punto di vista, la giornata di ieri non è stata facile. I sindacati da subito hanno avvertito che l'elenco degli 80 codici di attività consentite era troppo vasto, andava ben oltre gli accordi con il governo sul mantenimento delle sole attività indispensabili ed essenziali alla collettività.

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L'accusa è di aver ceduto alle pressioni di Confindustria. Durissimo il leader Cgil, Maurizio Landini che parla di «letterine sottobanco», aggiungendo che «non è stato un aggiustamento, è stato uno stravolgimento» . Ma anche Furlan e Barbagallo sono determinati: nella videoconferenza con i ministri «chiederemo che quello che è stato inopinatamente aggiunto venga tolto» dice la segretaria generale Cisl. «Il decreto rappresenta un passo avanti, ma non basta, perché ci sono altre attività che vanno sospese. Chiediamo semplicemente coerenza», commenta il numero uno Uil.
Il fatto è che quando le categorie, soprattutto metalmeccanici, hanno visto l'elenco e scoperto che molte fabbriche avrebbero continuato a tenere aperte le linee di produzione, è scattata la rabbia. Così, mentre fuori dai cancelli di molte fabbriche i lavoratori hanno incrociato le braccia (quelli dell'aerospazio nel torinese, ad esempio), in Lombardia si è deciso di proclamare lo sciopero generale della categoria per l'intera giornata di domani. I metalmeccanici del Lazio si sono dichiarati pronti a seguire. E anche i chimici. E nei servizi, la minaccia di sciopero è arrivata anche dai bancari. Tutti lavoratori preoccupati di prendersi il virus perché le aziende non riescono a recuperare le mascherine e a mantenere le distanze obbligatorie.

SOPRAVVIVENZA
Sull'altro fronte le imprese. Con il presidente Vincenzo Boccia che lancia l'allarme e considera il decreto anche troppo restrittivo: «Dall'emergenza economica ci fa entrare nell'economia di guerra. Con il 70% delle fabbriche chiuse perderemo cento miliardi al mese. Qualsiasi azienda che arriva a fatturato zero, come immaginiamo che possa sopravvivere?». Andare alla guerra sociale, però, non è l'auspicio di nessuno. Dalla maggioranza parte il pressing per trovare un equilibrio. E in realtà le stesse imprese (Federmeccanica in primis) chiedono di riallacciare il dialogo ed evitare fughe in avanti. Lo stesso presidente di Confindustria, definisce lo sciopero «non un bel messaggio per il Paese» e si augura che «si possa evitare». Interviene anche papa Francesco: «Si salvi chi può non è la soluzione. Più che licenziare bisogna accogliere e far sentire che la società è solidale» è il suo appello. Intanto secondo uno studio congiunto Ires-Cgil ed OpenCorporation anche con il chiudi Italia sarebbero ancora 800mila quelle aperte, il 40% del totale. In Lombardia sarebbero oltre 155mila, ovvero circa il 38,8%. In Emilia-Romagna, 58mila, il 38% del totale. Complessivamente circa 7,5 milioni di lavoratori sono costretti a uscire di casa e recarsi in azienda: 2 milioni solo in Lombardia.
Se i sindacati quindi si aspettano uno sfoltimento delle attività consentite, molte imprese chiedono invece semplicemente più chiarezza nelle indicazioni. Quelle del settore edile, ad esempio: «Il Dpcm, emanato in fretta e furia, necessita degli approfondimenti e la nostra filiera sta cercando di capire» afferma Gabriele Buia, presidente dell'Ance, l'associazione nazionale costruttori edili.

Ultimo aggiornamento: 09:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA