Coronavirus, che impatto avrà sulle banche? Ecco chi può guardare oltre il virus

Martedì 31 Marzo 2020 di Roberta Amoruso
Operatori di Borsa
Il lockdown da Coronavirus è ormai scattato per il 92% del Pil mondiale. Questo non potrà non avere un impatto sul settore bancario da una parte all’altra del mondo. A pagare il prezzo più alto saranno però probabilmente le banche europee che, più che altrove, hanno il ruolo di sostenere l’economia reale. Questo vale ancora di più per le banche italiane con una tradizione storica di istituti commerciali al servizio che finanziano le imprese e delle famiglie. Dunque non c’è soltanto il rischio di un impennata dei default in Europa (come nel mondo) e dei crediti deteriorati, i famosi Npl. C’è il rischio che le banche non abbiano la liquidità necessaria per combattere la recessione. Ecco perché è scesa in campo la Bce (subito dopo la Fed) promettendo interventi «illimitati» contro il rischio di stritolamento da Covid-19. E lo ha fatto anche raccomandando uno stop ai dividendi. Lo ha fatto anche per le banche più solide italiane pur di preservare i patrimoni degli istituti e garantirne l'utilizzo per il sostegno all'economia. E sono le stesse banche che grazie alla redditività di oggi cavalcheranno meglio la ripresa dopo l'emergenza.
Gli acquisti annunciati di titoli pubblici, e non solo, da parte della Bce da oltre 1.000 miliardi hanno blindato la stabilità del sistema e scongiurato una nuova crisi del debito sovrano. Anche la liquidità alle banche è garantita. Ma ora tocca all’Europa dimostrare che c’è, se davvero esiste. Gli Stati Uniti hanno messo in campo aiuti per 2.000 miliardi di dollari. I Paesi europei, invece, finora si sono mossi in ordine sparso. Ma se non troveranno uno strumento comune, che si chiama covid-bond, eurobond, coronabond o Bei-bond, per emettere i miliardi di debito necessario, con una garanzia comune, per spingere per lo scatto del Pil europeo dopo l’emergenza sanitaria, non basterà nemmeno la mano potente della Bce a salvare i mercati. È Questo che temono più di tutto oggi le Borse: che non arrivi il segnale unitario dell’Europa. Lo temono più dell’emergenza sanitaria. Perché questa emergenza sanitaria, prima o poi, sarà chiusa. Ma da una recessione profonda non si esce senza adeguati stimoli fiscali. Anche Germania e Olanda devono sapere bene che quando Stati Uniti e Cina saranno avanti, sarà bene che esista un’Europa che ha trovato la strada per reagire. Altrimenti, come dice il professore Romano Prodi: «Gli olandesi a chi venderanno i loro tulipani?».

Cosa rischiano le banche europee in questo contesto? Lo spiega bene Justin Bisseker, l’analista di Schroders esperto del settore. «La diffusione del coronavirus sta portando al “lockdown” in diversi Paesi europei, mettendo in pausa l’attività economica e la vita quotidiana di milioni di persone. Ciò sta avendo un impatto notevole sul settore bancario, anche se le autorità si stanno muovendo per mitigare gli effetti peggiori».
e prospettive? «Dipenderanno in gran parte da quanto durerà la disruption legata a Covid-19 e dall’ampiezza della risposta dei governi. Il primo punto è ancora un’incognita. Tuttavia, abbiamo visto una miriade di risposte governative per mitigare gli effetti della crisi in tutta Europa: differimenti di pagamento delle imposte, moratorie del debito, garanzie di credito, ecc., oltre ai tagli da parte delle banche centrali».
Gli istituti Ue hanno le spalle larghe per affrontare la crisi? «Ciò che è chiaro è che non tutte le banche verranno impattate allo stesso modo. Alcune si trovano in una posizione migliore per gestire la crisi rispetto alle altre, ed è questo il motivo per cui la selezione dei titoli è cruciale per investire in questo settore. Naturalmente i rischi sono elevati, ma riteniamo sia poco probabile che arriveremo a un salvataggio di ampio raggio per tutto il settore».

Andiamo verso una stretta creditizia in Europa? «Il principale effetto della crisi sulle banche sarà probabilmente l’aumento delle perdite su crediti. Molti governi europei hanno lanciato programmi di garanzia del credito che consideriamo vitali per assicurare che non ci sia una stretta creditizia. Questi schemi ridurranno (ma non elimineranno del tutto) l’impatto delle perdite su crediti. Generalmente, questa struttura prevede che la banca si accolli circa il 20% delle perdite, mentre il governo l’80%.

C’è davvero il rischio di un rallentamento prolungato? La cautela è d’obbligo non sapendo i tempi del lockdown. ma «più lungo e profondo il rallentamento, maggiore il rischio che gli utili e i capitali delle banche vengano impattati. In questa fase, alcuni settori sembrano più a rischio di altri (per esempio, oil&gas, aviazione, viaggi, tempo libero, e vendita al dettaglio in alcuni segmenti). In pratica, il deterioramento della qualità degli asset per le banche avrà probabilmente una base più ampia». Alche i tassi a zero non aiutano la redditività delle banche ormai da anni «Naturalmente, la situazione è peggiorata anche a livello di entrate. Nel breve termine, le commissioni e i proventi da attività di trading subiranno probabilmente una pressione maggiore rispetto al reddito netto legato ai tassi di interesse. Quando inizierà la ripresa, questi elementi (soprattutto il reddito generato dalle commissioni) torneranno rapidamente a livelli normali. Il reddito netto da tassi di interesse sarà più resiliente nel breve temine, anche se sul lungo periodo i tassi di interesse più bassi continueranno a erodere i margini».

Chi rischia meno? Certamente chi ha un patrimonio più robusto. Ma «anche in questo caso», per Bisseker, «ci sono differenze notevoli nel settore. In generale le banche nordiche saranno più resilienti in questo ambito, in parte perché hanno una capacità maggiore di riprezzamento dei prestiti. Le banche europee e britanniche sono invece potenzialmente più vulnerabili. Una recessione prolungata potrebbe costringere le banch a cancellare i dividendi, come ha raccomandato la Bce.

Ma anche a raccogliere capitali? È possibile anche questo per gli istituti più deboli. «L’allentamento dei buffer di capitale annunciato dagli istituti centrali in tutta Europa», spiega l’esperto, «è importante perché permette alle banche di prendere tempo, ma ci aspettiamo che i livelli di capitale a un certo punto dovranno essere ricostruiti. Per alcune banche, ciò significherebbe un deterioramento della capacità di erogare dividendi e/o un aumento nel numero di azioni. Questo è un altro motivo che rende la selezione dei titoli così importante».

Il settore bancario europeo potrebbe vedere una ripresa? «Finora, gli interventi di governi e banche centrali non sono riusciti a placare i timori dei mercati. L’unico “antidoto” sarebbe un vaccino una cura, che non vedremo prima di alcuni mesi. L’indice MSCI Europe ha reso -33,7% ad oggi nel 2020 e in particolare il sottoindice bancario ha registrato -43,5%. Tuttavia, gran parte delle pressioni derivano dalla natura delle risposte governative al Covid-19, piuttosto che dal virus di per sé. Ad oggi nessun governo ha una strategia d’uscita chiara, tuttavia ci sorprenderebbe se le attuali misure di chiusura venissero mantenute nel medio termine, non essendo sostenibili a livello sociale ed economico.

Se il lockdown fosse allentato a partire da maggio?
«Se la disruption durasse settimane e non mesi, il settore potrebbe riprendersi in modo sostanziale. Sostenuto da un’azione efficiente di governi e banche centrali, l’impatto sugli utili nel 2021 o nel 2022 potrebbe dimostrarsi essere molto inferiore rispetto al declino dei prezzi delle azioni che abbiamo visto finora».

Cosa potrebbe portare a ulteriori cali? «Il principale rischio è rappresentato da un rallentamento prolungato, con l’attuale situazione che si protrae nel medio termine. Ciò significherebbe probabilmente che avremo molte banche in perdita. Agli attuali livelli di valutazioni, il mercato sta già anticipando con una probabilità ragionevole che sarà proprio questo lo scenario futuro». Non c’è troppo pessimismo da parte dei mercati?
«Le banche sono in migliore salute oggi rispetto al 2008. È importante notare che le banche europee stanno attraversando oggi questa crisi in uno stato di salute migliore rispetto all’inizio della crisi finanziaria globale del 2008-09. Le banche hanno alti livelli di capitalizzazione e solidi buffer di liquidità, stanno vedendo un allentamento e non un irrigidimento dei requisiti normativi, e sono il canale attraverso cui i governi supportano imprese e cittadini». Dunque sì, le Borse stanno anticipandolo scenario più buio. Ma non al momento non c’è motivo di arrivare allo scenario peggiore. «In generale», dice Schroders «riteniamo basso il rischio che i prezzi delle azioni scendano ancora molto, con una ricapitalizzazione forzata per il settore che peserebbe sugli azionisti. 
Ultimo aggiornamento: 13:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA