Un'impresa manifatturiera su tre non trova personale qualificato

Mercoledì 9 Maggio 2018
Un'impresa manifatturiera su tre non trova personale qualificato
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Due imprenditori su tre hanno difficoltà nel trovare personale specializzato, soprattutto nel settore metalmeccanico. Perfino in Lombardia, culla del manifatturiero, il 70% delle aziende lamenta la mancanza di personale qualificato. E' unno dei risultati della ricerca realizzata dal centro studi di Confimi Industria, la confedereazione dell'impressa maifattureiera privata che rappresenta circa 28 mila imprese per 410 mila dipendenti con un fatturato aggregato di 71 miliardi di euro.   C'è anche un altro dato particolarmente interessante che merge dall'indagine tra glia ssociati: un'azienda su quattro si aspetta di veder crescere il proprio fatturato fino al 10% nel prossimo semestre. E' un segnale di ottimismo e di fiducia. Ottimismo riscontrato anche dal fatto che 9 aziende su 10 dichiarano di non aver usufruito di ammortizzatori sociali nell'ultimo semestre, né prevedono di utilizzarli. Inoltre l’83% delle aziende oggetto dell’indagine utilizzerà nei prossimi mesi leve di competitività legate all’innovazione di prodotto e di processo nonché intraprenderà azioni di marketing e investirà in tecnologie. 

«Dopo 10 anni di dati negativi, arrivano i primi segnali incoraggianti in campo economico e industriale. La ripresa sembra leggermente consolidarsi e il fatturato delle nostre PMI torna a crescere. Ma c’è un dato su cui riflettere, la difficoltà delle aziende a trovare figure professionali adatte, è ora di investire in questo campo» commenta  Paolo Agnelli, Presidente di Confimi Industria.

 In generale  i dati emersi dall’indagine congiunturale che ha coinvolto gli imprenditori della confederazione segnalano una buona proiezione per i prossimi mesi con dati positivi anche su produzione e ordinativi.   «La rotta si è invertita anche se bisogna tenere ben presente che ci saranno tassi di crescita bassi – continua Agnelli - ci sono ancora forti timori soprattutto in riferimento alla ridotta marginalità e alla concorrenza sui prezzi di altri paesi».
Tra le richieste degli associati alla politica quella di intervenire sulla riduzione del cuneo fiscale, sul costo del lavoro e in generale sull’eccesso di burocrazia.


«L’Ocse nel suo rapporto Taxing Wages 2018 - segnala Agnelli - ci ricorda che siamo il terzo Paese col cuneo fiscale più alto pari al 47,7% contro una media europea del 35,9%. E mentre nel resto dei paesi occidentali il cuneo è sceso di più di un punto percentuale dal 2000 al 2017 in Italia è cresciuto di 6 decimali». Tutto questo deprime il potere d’acquisto dei lavoratori ma anche le imprese, ricorda il Presidente di Confimi Industria, che su uno stipendio netto dei lavoratori hanno un costo medio del 10% in più.  Al centro dell'indagine anche la difficoltà di accesso al credito su cui gli imprenditori sembrano avere le idee chiare: non solo il sistema bancario ha perso la capacità di “valutare” le piccole e medie imprese, ma le normative sempre più stringenti e le varie circolari europee, dalla Bce, da Basilea, stanno ingessando gli stessi istituti di credito che hanno margini di manovra ridottissimi.    «In una fase in cui la parola magica è “innovatevi”, “sviluppatevi”, le Pmi italiane avrebbero bisogno di un accesso al credito veloce, di un piano condiviso con quello che dovrebbe essere il partner privilegiato ovvero il sistema bancario»  sottolinea  Confimi.

Ultimo aggiornamento: 15:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA