Neri Marcorè: «Faccio tante cose per sentirmi libero di dire anche no»

Lunedì 11 Ottobre 2021 di Ilaria Ravarino
Neri Marcorè: «Faccio tante cose per sentirmi libero di dire anche no»

Impegnato sul set de Le più belle frasi di Osho, serie comica in 10 episodi sul guru di Roma prevista su RaiPlay nel 2022 («Siamo andati un po' lunghi con i tempi»), il marchigiano Neri Marcorè, 55 anni, è il protagonista del primo film della serie Purché finisca bene, una collana di commedie del buonumore prodotte dalla Pepito di Agostino Saccà per Rai1. Nel film in prima serata domani, Digitare il codice segreto (il secondo, Tutta colpa della fata Morgana, passerà il 19), Marcorè è uno psicoterapeuta afflitto da un inconfessabile vizio: l'avarizia estrema.


L'avarizia è uno dei suoi vizi?
«Mai stato. Quando ero studente stavo più attento a non sperperare. Adesso spendere mi piace. È bello uscire con gli amici e non preoccuparsi di chi offre cosa».


E col gioco che rapporto ha?
«Nella mia famiglia a Natale si gioca a sette e mezzo, a soldi. Si figuri che ho smesso perché mi dispiaceva vincere. Mi sentivo in colpa».


Trenta film all'attivo, conduce, canta e recita. Il lavoro è un vizio?
«Forse il lavoro è il mio vizio. Ma non è una dipendenza».


Che vuol dire?
«Vedo tanti colleghi che si spendono in film o in programmi discutibili, che si sentono costretti ad accettare perché non hanno alternative. Io, che sono trasversale, non mi trovo mai col vuoto sotto ai piedi. Recito, imito, conduco. Sono più libero: anche se dipendo da qualcuno, sono io che guido. Posso dire di no».


Lo fa spesso?
«Sì. Ma giocando su più campi non diventa mai un problema».


L'ultima volta senza lavoro: quando?
«Quattro anni fa. Ho fatto una traversata atlantica durata venti giorni. È stato un caso: un amico con una barca mi ha invitato e ho accettato. Volevo misurarmi in una prova estrema. Sono stato isolato dal resto del mondo per quasi un mese. Me la sono cavata bene, credo».


La prossima avventura estrema?
«Un sogno: fare il periplo dell'Italia a piedi».


Ha condotto per dieci anni Per un pugno di libri. La cultura in Rai ha ancora posto?
«Sì, ma non sui primi tasti del telecomando. L'offerta si è allargata, ma i programmi culturali hanno preso strade diverse: sono migrati su canali specializzati, e chi li vuole se li va a cercare. Io stesso, a partire dalla fine del mese, inizio la conduzione di un programma sull'arte contemporanea, Art Night, su Rai5».


E per lei è lo stesso?
«Mi dispiace che la fuga della cultura su altri canali finisca col banalizzare i programmi della tv generalista. Si perde la tradizione del gruppo di ascolto, l'affiliazione, l'uso di un linguaggio comune, che era tipico di programmi come L'Ottavo nano, Producer o Per un pugno di libri».


Le piace la satira di chi fa stand up?
«La stand up mi appassiona meno, il mio imprinting è la comicità corale: con Serena Dandini facevamo settimane di improvvisazione. Per il Pippo Kennedy Show, prima di andare in onda, siamo stati per un mese a Napoli con Serena, Corrado e Sabina (i fratelli Guzzanti, ndr) a scrivere e fare sketch, buttare e provare. Oggi quelli che firmano i programmi di chi fa stand up non sono autori, ma vigili urbani che capiscono quello che funziona e lo smistano».


Però la stand up funziona e piace. Perché?
«È il flusso generale di quest'epoca, in cui la semplificazione va per la maggiore. È più facile fare quel tipo di programmi, che uno corale. Ma anche tra chi fa stand up ci sono dei fuoriclasse. Gli altri, dopo un po', cambiano lavoro».


Quindi se le proponessero LOL?
«LOL potrei accettarlo, prendendolo come una sfida personale. Ma ci sono un paio di amici, di cui non dirò mai il nome, talmente irresistibili che non durerei con loro più di un paio di minuti nella stessa stanza».


Perché non fa più la copertina di DiMartedì (il talk show di Floris su La7, ndr)?
«Mi hanno invitato e sono stati molto gentili, ma fare le imitazioni mi costa molto. Sia chiaro, non disconosco niente. Ma tra le ore di trucco e il tempo per scrivere il testo, non ne vale la pena. In questo momento mi stimola meno».


Alberto Angela è entusiasta delle sue imitazioni. E Conte? Draghi?
«Conte l'ho incontrato quando ancora era Presidente del Consiglio a una Festa dell'Unità, è stato spiritoso e l'imitazione gli è piaciuta. Draghi penso che mi farebbe, con la grande eleganza che lo contraddistingue, al massimo un sorriso. Come i politici di un tempo, che gradivano le imitazioni ma non entravano in contatto col comico. La linea è quella».

Ultimo aggiornamento: 08:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA