Atlantide, quando la città nell'acqua è vista dai barchini, i "motorini truccati" dei veneziani

Venerdì 3 Settembre 2021 di Giuseppe Ghigi
Barche e barchini a Venezia, una realtà anche per apprezzare il festival

VENEZIA - Daniele, un adolescente dell'isola di Sant'Erasmo nella laguna di Venezia, condivide coi coetanei la religione del barchino e, soprattutto, del motore più potente che possa far superare il record degli ottantacinque chilometri orari. Accanto, e dentro di loro, c'è l'Atlantide, la città nell'acqua.
«Moltissimi ragazzi veneziani hanno il barchino - racconta il videoartista ravennate Yuri Ancarani -. Provengono da classi sociali diverse, ma hanno tutti lo stesso taglio di capelli, sparano la stessa musica a tutto volume, sfrecciano tra i rii come se cavalcassero i loro motorini truccati. Il barchino è la loro discoteca, la loro carbona dove fare all'amore, lo spazio privato lontano dalla famiglia. Uno di loro una volta mi ha detto: tu avrai fatto all'amore la prima volta in una macchina ferma in uno squallido parcheggio, noi nell'acqua e guardando le stelle».

IL CAMBIAMENTO

Atlantide si muove tra documentarismo e finzione, in una dilatazione dei tempi che alla fine restituisce la lentezza intrinseca della città e dei suoi abitanti.
«Volevo fare un film su Venezia, sul suo paesaggio senza tempo, su questo momento di grande cambiamento della città quando ad una tradizione antica, il remo e il legno, si sostituisce il motore e la plastica, quasi a costituire una nuova tradizione per le future generazioni racconta il regista ma anche sulle difficoltà che incombono nei riti di passaggio, di iniziazione maschile, dove devi correre per superare gli altri e può finire male, quasi in un fallimento. Volevo realizzare un racconto sulle pratiche di una generazione alla deriva e sui loro naufragi». 
Per arrivare a tanta precisione descrittiva, Ancarani ha vissuto la città per quattro anni, andando nei quartieri ancora abitati da veneziani, ma scegliendo alla fine un'isola, Sant'Erasmo che considera un pezzo di Venezia e non una periferia: «È difficile dire cosa sia periferia nelle piccole città italiane, corri per dieci minuti e sei già fuori dal centro. Nell'Atlantide, nella città nell'acqua, si vive nell'acqua e le tante isole che la compongono sono piccole città. Io non volevo essere un foresto e volevo vivere dentro queste realtà, per ottenere rispetto e per capire».

LO STILE

Ancarani non ha abbandonato il suo stile da videoartista, pochissimi dialoghi, lunghe riprese di barchini che corrono, o a volte scappano dalle forze dell'ordine, fino ad un'estenuante immagine finale di una città semi capovolta, tra l'acqua e la terra.
«Il film è nato senza sceneggiatura e i dialoghi sono presi tutti dalla vita reale, da Daniele, da Maila, da Bianca e dai tanti ragazzi dell'isola che ho incontrato. La storia è nata con loro e senza di loro non sarebbe stata possibile. Dalla video arte ho imparato una cosa che ritengo fondamentale: le immagini devono parlare da sole, non puoi affidarti ai dialoghi, ho imparato la semplicità perché mi riconosco nelle cose semplici, e l'immagine finale è così lunga perché voglio che lo spettatore si ponga delle domande e non sia io a darle». 

Ultimo aggiornamento: 4 Settembre, 11:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA