IL PERSONAGGIO
«Il ritiro in Nevegal, a inizio carriera? Ricordi indelebili:

Sabato 19 Gennaio 2019

IL PERSONAGGIO
«Il ritiro in Nevegal, a inizio carriera? Ricordi indelebili: non c'era neppure il campo per giocare a undici. Ma il tecnico di allora, Eugenio Bersellini, amava camminare in quei luoghi splendidi». L'aneddoto risale a fine anni Settanta, inizio Ottanta. E a svelarlo non è un calciatore qualsiasi, ma uno che si è laureato campione del mondo appena 18enne. E ha indossato per 756 volte un'unica maglia: quella nerazzurra. Ieri Bergomi era ospite dell'Inter Club Fener alla sala-biblioteca di Vas, dove ha presentato il libro Bella zio, scritto da Andrea Vitali con Samuele Robbioni. «Quella del Nevegal era un'Inter a cui sono particolarmente legato. L'ultima ad aver vinto uno scudetto con soli italiani. Restano memorabili i gavettoni di Beccalossi. Se conosco la provincia di Belluno? Certo, l'estate scorsa mi trovavo a Feltre, dove risiedono i suoceri di un mio carissimo amico».
IL SIMBOLO
Nella chiacchierata condotta dal giornalista Nicola Maccagnan, lo storico capitano della Beneamata ha aperto il cassetto dei racconti: «Solo due persone mi chiamano Giuseppe. Una è mia mamma, l'altro è Billy Costacurta. Perché zio? Perché a 16 anni avevo i baffi e, quando Giampiero Marini mi ha chiesto l'età, è rimasto interdetto: Sembri mio zio. Da quel momento il soprannome è rimasto». Eppure Bergomi, bandiera nerazzurra, nasce in una famiglia di milanisti: «Non solo, con il Milan ho svolto il primo provino. E mi avevano pure preso, fino a quando non mi hanno riscontrato la febbre reumatica. Un paio d'anni più tardi ero all'Inter. Se ho mai pensato di lasciarla? Mai, nemmeno per un momento: nel 1983, Trapattoni sedeva sulla panchina della Juventus e ha tentato un approccio. Ma ha capito subito che non mi sarei mai mosso». Lo zio non ama i paragoni tra il calcio di un tempo e quello di adesso: «Ci sono tuttora esempi positivi, credetemi. Atleti con valori importanti, che hanno il rispetto dei compagni e degli avversari».
LA FORTUNA
Già, i valori: «Quelli dell'Inter sono diversi. Non voglio dire migliori rispetto ad altri club, semplicemente diversi. Conosco quel senso di appartenenza, captavo ciò che voleva la gente: lottare su ogni pallone, non mollare mai. Allora, quando hai dato tutto, gli interisti ti premiano a prescindere». Bandita pure la parola sacrificio: «No, la vita dell'atleta non è di sacrificio. Anche se un po' di fatica la devi fare, per arrivare ad alti livelli. Se nel calcio esiste la fortuna? Solo in parte. Ricordo il famoso Mondiale del 1982: la prima riserva, in difesa, era Pietro Vierchowod. Ma aveva la caviglia grossa come un melone. E divento io l'alternativa ai titolari. Poi, al 34' di Italia-Brasile, si fa male Collovati: tocca a me. Proprio come in finale, quando ho dovuto marcare il più forte: Rumenigge».
NON EROI, MA ESEMPI
Ad affiancare lo zio, il co-autore del libro e psicologo dello sport, Samuele Robbioni: «Il testo comincia con l'infanzia e termina con l'entrata in campo al Santiago Bernabeu. Non era necessario spiegare il Bergomi campione: lo conoscono già tutti. Viviamo in una società che non ha bisogno di eroi, ma di esempi. E Beppe lo è. Quindi, l'idea: raccontiamo ai giovani la storia dello zio. Di uno che è salito sul tetto del mondo a 18 anni. A conferma che non c'è un'età giusta o sbagliata per assumersi le proprie responsabilità». Soddisfatto il presidente dell'Inter Club, Andrea Tolaini: «Avere Bergomi con noi è stato un gran colpo. Ed è la giusta prosecuzione del ciclo di appuntamenti, partito già con mister Gigi Simoni».
Marco D'Incà

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