I 70 anni di Lucio Battisti, il genio della
musica che apparteneva sempre al futuro

Lucio Battisti oggi avrebbe compiuto 70 anni

di Adriano De Grandis

VENEZIA - Nel pieno degli anni ’70 e della bulimica produzione battistiana, la semiologa Patrizia Violi si chiedeva: perché piace Battisti? Risposta: perché incarna la categoria del "moderno". In realtà se c’è un termine che non si addice per niente alla musica del cantautore reatino, morto nel 1998, è la "modernità", intesa nella sua forma dominante di un periodo preciso.



Oggi 5 marzo 2013 Lucio Battisti compirebbe 70 anni e sicuramente se ne starebbe ancora rinchiuso nel suo eremo protettivo, distante da ogni sguardo, da ogni carezza dei fan, da ogni disturbo esterno. A produrre nuova musica, ovviamente. E a stare, come non poteva essere altrimenti, avanti, con la ricerca musicale, rispetto a tutti gli altri. La negazione di ogni modernità nasceva (e nasce) dal fatto che come gli altri colleghi raggiungevano le sue postazioni, lui era già oltre e le sue canzoni affermate fin lì erano diventate classiche e al tempo stesso eterne. Quindi Battisti è sempre appartenuto a un "altro" tempo rispetto a quello che gli altri stavano vivendo. E se l’opera omnia delle 40 canzoni editate assieme a Pasquale Panella non è ancora diventata un "classico", è perché nell’ultimo scatto della sua creatività, Battisti si è spinto talmente avanti, da apparire ancora oggi in una dimensione "prossima". E d’altronde all’uscita del primo lp panelliano ("Don Giovanni", 1986), Francesco De Gregori, tra i suoi massimi estimatori pur essendo agli antipodi, a cominciare dalla dedica nel finale de "La leva calcistica del ’68", disse: «Da qui dovremo ripartire tutti». Perché Battisti abbatteva (e abbatte) ogni confine. E lo cantano davvero tutti.



Battisti e Dalla, Lucio al quadrato, nacquero a poche ore di distanza l’uno dall’altro «figli di chissà quale strana congiunzione astrale», annota Franz Di Cioccio batterista della Pfm e un tempo dei "Quelli", la band che costruì la musica del primo Battisti.



«Erano ragazzi che giravano per i locali, la grande palestra per diventare musicisti creativi - dice Franz - Lucio aveva una grande curiosità per la musica nera, ma il senso della melodia tutto italiano. Era curioso, amava le novità, avrebbe amato i Police e i Muse e magari sarebbe tornato a una sintesi semplice se avesse trovato qualcuno che lo accompagnasse in questo percorso come erano stati Mogol e Panella. Secondo me i Radiohead e soprattutto "Ok Computer" gli sarebbero piaciuti da pazzi, e avrebbe cercato di essere anche oggi innovativo. Certamente non sarebbe tornato a cantare dal vivo».



Pietruccio Montalbetti, chitarrista dei Dik Dik gli fu amico da sempre, ricorda, e ha raccontato in un libro ("Io e Lucio Battisti", oggi in libreria) il Battisti privato e sconosciuto, «persona normalissima nella vita, geniale nella musica. Oggi se ne avesse avuto il tempo Lucio avrebbe fatto capire meglio la svolta con Panella, il nuovo corso. Delle storie di Mogol si era stufato, come un pittore che si stanca di fare bei ritratti con belle facce e diventa impressionista. Era molto avanti con le tecnologie. Oggi avrebbe fatto qualcosa di particolare e di sconosciuto dopo essere stato l’ultimo a fare canzoni costruite come canzoni che si cantano ancora. Era un genio. Era molto più avanti di certi gruppi che vanno di moda oggi in Italia».



Non staremo qui a ripercorrere la carriera prodigiosa del più importante autore italiano di canzoni. Tutti conoscono le sue tappe fondamentali: le acque azzurre, le calzette rosse, i fari spenti nella notte, i giardini di marzo e i nostri cari angeli (brani irripetibili e inattaccabili) e i più curiosi arrivano fino ai giochi dadaisti da "Don Giovanni" a Hegel". Popolare e geniale, come nessuno.
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Martedì 5 Marzo 2013, 19:48






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