Un calcio al razzismo venti lezioni contro l'odio fra storia e cronache sportive

La copertina

di Gigi Bignotti

Il calcio è un fenomeno sociale e universale, difficile negarlo. Per capirne gli aspetti più complessi, quelli che hanno poi ricadute, dirette o indirette, sulla vita di tutti i giorni, non bastano certo le cronache sportive. I casi eclatanti di questi ultimi giorni (cori razzisti a Roma e Verona) danno ancora più importanza all'ultima fatica editoriale di Massimiliano Castellani e Adam Smulevich, giornalisti e storici. Con il loro Un calcio al razzismo. Venti lezioni contro l'odio (Giuntina, 96 pagg., 10 euro) appena uscito in libreria, affrontano in profondità un tema di stretta attualità.
Il caso Balotelli è solo l'ultimo e arriva in effetti dopo altri gravi episodi (Koulibaly, Lukaku per citarne due) che mettono il calcio sul banco degli imputati. Una lucida analisi storica del fenomeno nell'ambiente pallonaro è dunque quanto mai attuale per poi affrontare e possibilmente debellare il razzismo. Gli autori partono da quel filo sottile che unisce calcio e Shoah negli anni bui del nazismo per arrivare - attraverso 20 lezioni di storia - al capitolo finale che giustamente esalta quel campione del mondo del pensiero forte che è il francese Lilian Thuram (ex Parma e Juventus) da sempre impegnato in prima persona nella battaglia contro il razzismo.
L'AUTORE
«Il calcio è un pretesto per affrontare un tema importante - spiega il coautore del libro Adam Smulevich - ma è anche un efficacissimo strumento per veicolare un messaggio diretto soprattutto, ma non solo, ai giovani. Tanti calciatori appaiono come ragazzi  superficiali e solo il portare l'ambiente a riflettere ha aspetti positivi. Penso al capitano della Roma Dzeko che durante la partita contro il Napoli, pur non coinvolto direttamente, ha invitato il pubblico ad applaudire forte per coprire le urla degli ultras romanisti che dileggiavano i partenopei. E nelle fila di questi ultimi gioca il franco-senegalese Koulibaly che tocca spesso il tema razzismo anche per averlo provato più volte sulla propria pelle».
«Si intravvede quindi qualche segnale di speranza o quantomeno di inversione di tendenza rispetto al menefreghismo che ci ha accompagnati finora - conclude Smulevich - Con il nostro libro cerchiamo di dare un contributo alla memoria di eventi altrimenti dimenticati».

Il libro è rivolto dunque ai giovani e sarebbe davvero un ottimo testo per le scuole dell'obbligo (un mix di storia e sport che può davvero interessare i ragazzi), ma è altresì rivolto anche agli adulti che vogliono rinfrescare la propria memoria storica dello sport più popolare al mondo attraverso le cronache di Primo Levi, le imprese di Silvio Piola, ma anche le piecé teatrali di Gianfelice Facchetti, figlio di Giacinto, fino alle dichiarazioni mai banali dell'allenatore boemo Zeman.

Un'analisi storica a tutto tondo e con fonti autorevoli. Una storia su tutte: estate 1945 a Sochi (Urss) il romano Piero Terracina, uscito da Auschwitz vivo, ma ridotto a pelle e ossa, indossa la divisa dei suoi salvatori in campo. Il 17enne gioca pochi minuti per riassaporare il ricordo delle tante partite disputate nell'infanzia. È stato il calcio ad alimentare la speranza nel futuro, anche nei mesi trascorsi nel lager aiutandolo a non impazzire. Certo, sono memorie un po' lontane e sbiadite, ma - come dicono gli autori - fanno parte dell'unica cura possibile per salvare il gioco del calcio. Questa cura si chiama: consapevolezza.
 
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Domenica 10 Novembre 2019, 05:05






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