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Passioni e solitudini di Alessandra Graziottin

Successo nella vita: la famiglia conta più dell'intelligenza

Quanto conta la famiglia d’origine per realizzarsi nella vita? Molto: a volte più del quoziente intellettivo (QI). Non solo per le conoscenze e le opportunità di frequentare ambienti più o meno elitari, bensì per una caratteristica più sostanziale e formativa: lo stile educativo della famiglia stessa. Il QI dipende dalla genetica per il 50%; l’altro 50% dipende dall’ambiente in cui il bambino cresce e, soprattutto, dalla famiglia. Anche un altissimo QI fa poco se quei talenti non vengono ben coltivati, dalla nascita in poi. In realtà l’ambiente uterino segna le prime sottili differenze, perché già lì la famiglia conta, sia per gli stili di vita sia per la qualità della prevenzione e delle cure prima, durante e dopo la gravidanza, nonché per il livello professionale di assistenza al parto. Differenze che diventano esponenziali dopo la nascita. Ci sono persone con un QI di 200 (Einstein aveva un QI di 150) che sono rimaste ai margini della vita. Altre, con QI di 115, adeguato per avere un’ottima laurea, hanno potuto vivere vite ricche di soddisfazioni. Lo stacco esistenziale che può dare il nascere in una famiglia piuttosto che in un’altra è enorme.

La differenza diventa clamorosa, per le sue implicazioni esistenziali, oltre che sociali, quando venga analizzata in profondità. Annette Lareau, una ricercatrice americana, e i suoi collaboratori hanno seguito per mesi molte famiglie concentrandosi poi su dodici: sei molto benestanti e sei di basso livello economico, chiedendo di essere trattati “come il cane di casa”. Muniti di registratori e di bloc-notes, i ricercatori accompagnavano ogni momento della vita familiare dei bambini – in casa, in chiesa, agli allenamenti, ad eventuali visite mediche – dalla mattina alla sera. Quanti erano gli stili educativi che i ricercatori hanno individuato? Almeno 4, 6, o 12? Macché: due. Uno era tipico delle famiglie benestanti, l’altro delle famiglie povere.

Le prime seguivano la “concerted cultivation”, un’educazione concertata, le altre la crescita spontanea. La prima è finalizzata ad aiutare il piccolo a esprimere al meglio i suoi talenti, cambiando contesto e stimoli: nello sport, nella musica, nella lettura, nelle relazioni sociali, insegnandogli ad esprimersi, a chiedere, a rapportarsi in modo dialettico e progressivamente ben argomentato con gli adulti. Educando i figli a coltivare una forma sofisticata di intelligenza pratica, procedurale, che un altro ricercatore USA, Robert Sternberg, definisce così: «sapere che cosa dire a chi, sapere quando dirlo e sapere come dirlo per ottenere il massimo effetto».

L’opposto di quel pensiero binario primitivo, sì/no, bianco/nero, che sta dilagando in parallelo al coartarsi della capacità di pensare. Il saper parlare, per contenuti, tempistica ed efficacia comunicativa, è figlio del saper pensare ed aver acquisito competenze logiche, linguistiche e comportamentali che la famiglia nutre tanto meglio quanto più è ricca di opportunità educative ma anche di stimoli diversi, a seconda delle passioni, delle abilità e dei profili professionali dei suoi membri. E se un bambino è molto dotato, ha un alto QI ma nasce in una famiglia povera, come fa ad esprimersi al meglio?

In Italia la scuola è stata un formidabile strumento di crescita personale e di mobilità sociale ascendente, dal secondo dopoguerra in poi. Oggi la caduta del livello di insegnamento, l’asfissia premeditata e colpevole delle materie umanistiche – l’ultima perfidia è l’assassinio della Storia dell’Arte, tolta dai programmi scolastici –, la demolizione progressiva del liceo classico hanno ridotto al minimo lo strumento più democratico per crescere bene: la conoscenza, la cultura, l’educazione al saper pensare per saper essere. Solo una scuola di qualità può ridurre la distanza tra nascite più o meno fortunate, e consentire quell’allenamento dell’intelligenza pratica, nel senso di Sternberg, che può aprire tutte le porte delle professioni più stimolanti e delle vite più appaganti. Ogni insegnante dovrebbe sentire il privilegio e la responsabilità di far sbocciare al meglio i talenti di ogni allievo. Ogni genitore dovrebbe allearsi con gli insegnanti nel progetto maieutico, per rieducare i figli ad allenare il cervello e impegnarsi per migliorarsi, con costanza, disciplina e passione. Altrimenti il QI affonda nel mare dell’ignoranza. E l’Italia diventa un Paese fatto di caste arroccate e di populismi inquietanti. www.alessandragraziottin.it

Lunedì 21 Maggio 2018, 16:14
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