Adriano De Grandis
OGGETTI DI SCHERMO di
Adriano De Grandis

Venezia 77, giorno 7
Notturno resta al buio, Ann Hui meraviglia

Mercoledì 9 Settembre 2020

È stato il giorno del Medio Oriente: lo raccontano un regista (Gitai) che continua la personale perlustrazione nella sua terra di origine (Israele) con quello sguardo ecumenico che lo contraddistingue, ma stavolta lasciando la sensazione di un paradossale vuoto di parole; e un autore (Rosi) che arriva da lontano, cercando di catturare l’essenza di guerre e distruzioni, ma restando molto al di qua di un confine nevralgico cinematografico, dove gli spazi e i fantasmi non riescono ad assumersi la forza di una elaborazione dell’immagine e dello sguardo, che non sia solo quello che vediamo, come invece ad esempio avviene in “Guerra e pace” di D’Anolfi e Parenti, appena passato anch’esso al Lido.
“Notturno” di Gianfranco Rosi, regista già premiato con Orsi e Leoni d’oro, i cui lavori sono stati tuttavia anche oggetto di perplessità etiche (soprattutto “Fuocoammare”), è come un libro di storia di cui si ammira la copertina, ma che all’interno ha diverse pagine bianche e quelle scritte non aiutano. Punta all’astrazione, come fosse un ulteriore deserto dei tartari, soldati di vedetta in paesaggi infiniti e desolati, con il rumore sinistro dei mitra e delle bombe in lontananza. Ma qui la guerra è vera, non attesa come in Buzzati. E Rosi non è Herzog: resta al di fuori, protetto dai suoi scenari, dai suoi tramonti e dalle sue notti, dalle storie catturate per strada ma che sembrano sempre costruite, in quelle macerie abbandonate, in quei lampi di dolore e pianto di donne e bambini, dove l’emozione più intensamente si accende (come nel finale, in quel primo piano del ragazzo che sembra guardare il destino lontano), ma dove tutto resta collocato come in un album che fatica a parlarsi, a entrare nel cuore dei conflitti, anche didatticamente. La “vera guerra” appare altrove, in quella rappresentazione teatrale che si fa metafora, ma rintracciabile da tempo in qualsiasi video di YouTube, e quindi ancora restando al di qua di tutto, un po’ come se quei plotoni che si vedono all’inizio, in una delle scene più belle e potenti, continuassero a girare attorno al perimetro di quel campo senza uscirne mai, come quei paesaggi che si accavallano quasi più romantici che disperati, quei fucili imbracciati per sparare a qualche uccello; come se ancora una volta nel suo cinema l’estetica prendesse il sopravvento, lasciando un senso di incompiutezza, più per vaghezza che per straniamento. Voto: 5,5.
Va decisamente peggio, sempre in Concorso, con “Laila in Haifa” di Amos Gitai, dove in un locale notturno a ridosso della ferrovia, si intrecciano storie diverse. Un racconto corale e sfaccettato, in un turbinio di voci, caratteri, etnie, preferenze sessuali, ma che finiscono con lo sparpagliarsi come un mazzo di shangai lanciato alla rinfusa, dove catturarle singolarmente diventa problematico. Un Gitai poco ispirato, pur mantenendo saldo il suo pensiero ecumenico, là dove ad Haifa il mondo si fa più libero e laico, qui stancamente e ripetitivamente ingabbiato in cliché. Voto: 5.
Ancora una volta il film del giorno e uno dei più belli della Mostra sta Fuori concorso, con la regia di Ann Hui, al Lido per ritirare il Leone d’oro alla carriera. “Love after love” è un raffinato, sensuale e soprattutto perfido melò, dove dietro un’estetica di bellezza leziosa, al pari dei corpi delle donne e degli uomini che popolano la storia, si nasconde un racconto di approfittatori e opportunisti, di crudeltà sentimentale e di vendetta, mentre sfiorisce assai presto l’età dell’innocenza della protagonista, arrivata a Hong Kong da Shanghai, nella villa lussuosa della zia. Voto: 8.

  Ultimo aggiornamento: 07:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA