Adriano De Grandis
OGGETTI DI SCHERMO di
Adriano De Grandis

Venezia 77, giorno 4
Meglio pezzi di donna che una Miss intera

Domenica 6 Settembre 2020

Giornata tutta al femminile in Concorso, con il film italiano di Susanna Nicchiarelli dedicato alla figlia più piccola di Karl Marx, e alla madre che ha perso la figlia subito dopo il parto di Kornél Mundruczó.
“Miss Marx” va già meglio di “PADRENOSTRO” e quindi diciamo che l’Italia fa un passo avanti rispetto al giorno prima. Tuttavia l’avanzata è contenuta. Eleanor Marx è stata tra le prime donne, alla fine dell’Ottocento, innervata anche dalla spinta del padre, a tracciare il percorso per le lotte operaie, libertà e socialismo, e soprattutto la rivendicazione dei diritti delle donne. L’amore tormentato per Edward Aveling, di cui fu compagna senza esserne burocraticamente moglie, e una scelta tragica definitiva segneranno per sempre la sua vita. Dopo “Nico, 1988”, Nicchiarelli punta su un altro biopic al femminile, retrocedendo l’epoca di quasi un secolo, ma confida stavolta forse troppo sul personaggio così drasticamente in conflitto col suo tempo, per creare quell’urgenza anche cinematografica per raccontarlo, non riuscendo a esplorarne il “corpo politico”, vuoi anche per la recitazione sintonizzata sui mezzi toni di Romola Garai: per dire c’è più liberazione e affermazione di sé nella mezzora finale di “Nico” che in tutto “Miss Marx”. Il film, che si apre con i funerali del padre Karl, dove è già evidente la “diversità” di Eleanor, unica a vestire in modo colorato, rispetto al nero di tutti gli altri, si apprezza per le atmosfere in penombra degli ambienti, alcuni quadri pittorici esterni, i dialoghi privati tra Eleanor e Edward, ma scivola sulla teatralizzazione dei manifesti politici, con sguardi in machina (anche il padre che legge una sua lettera) e un’espressività declamatoria che irrigidisce anziché espandere il flusso dinamico della Storia che avanza. Non meglio va con il materiale fotografico d’archivio, usato in modo meccanico, né con l’azzardato uso della colonna sonora punk (compresa l’Internazionale): ne aveva già fatto un uso migliore Sofia Coppola e per giunta tre lustri fa. Voto: 6.
La trasferta Usa dell’ungherese Mundruczó finisce a Boston, dove Martha (l’ottima Vanessa Kirby) attende con Sean la nascita della loro prima bambina. Ma qualcosa va storto nel parto domiciliare, la neonata muore, la coppia va in crisi e Sean – inviso dalla perfida suocera (Ellen Burstyn)  – abbandona la città. Tra elaborazioni del lutto, conflittualità di classe (Sean è un operaio in un ambiente intellettuale e borghese), di genere e familiare (figlia e mamma), desideri di vendetta (verso la levatrice) maternità desiderata, Mundruczó scandaglia l’universo femminile nelle sue dinamiche più complesse, estromettendo anche l’unico maschio (Shia LaBeouf). Se la prima scena di “Pieces of woman” (un terrificante piano-sequenza di quasi mezz’ora) mostra il parto travagliato e tragico nella sua continuità più sconvolgente, il finale si acquieta in una dimensione placida e finalmente appagante per la protagonista. Un film che farà discutere, ma che al momento si pone tra le visioni più interessanti e compiute. Voto: 6,5.
Infine eccoci all’ultima burla di Quentin Dupieux, che stavolta racconta la storia di due amici per la pelle, infantili e un po’ scemi, alle prese con una mosca gigantesca, che tentano di allevare. Non c’è il Dupieux più teorico stavolta, ma “Mandibules” è un cazzeggio intelligente che ha trovate geniali, finale compreso. Certo Cronenberg avrebbe offerto i personaggi in pasto alla supermosca, ma qui l’intento è continuare in un cinema grottesco e surreale, strappando la risata più inattesa. Voto: 7.

 
  Ultimo aggiornamento: 07:17 © RIPRODUZIONE RISERVATA