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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 76, giorno 8. Tra intrighi e guerre
è il caos a dominare sempre il mondo


Una giornata dedicata principalmente al caso, con due film che a loro modo lo raccontano. E una dolente, ma bizzarra, storia di adolescenti in famiglie e società eccentriche. Segnali di ripresa dopo il tonfo di ieri.
Si fa apprezzare “Babyteeth” (Denti da latte), dell’esordiente australiana Shannon Murphy, una delle sole due registe in Concorso. Ci parla di Milla, una ragazza con la passione della musica, che scopriamo ben presto essere malata di cancro. Ha una famiglia piuttosto singolare, con il papà psichiatra e una mamma sciroccata, che si impasticca di ansiolitici. Milla, in circostanze quasi drammatiche, conosce Moses, un coetaneo sbandato, senza casa (la madre non lo vuole vedere) e senza soldi, sgarbato nei modi e decisamente opposto all’ambiente borghese in cui vive la giovane. Procedendo per brevi capitoli, intitolati spesso ironicamente, il film percorre una strada abbastanza originale, ponendo la malattia sempre in modo laterale, comunque quasi mai diretto, all’interno di una commedia, giocata con intelligenza su continue ellissi. Il tono del cazzeggio iniziale, dai contrasti aperti, si smorza via via, con una seconda parte più corposa, che si addentra in un finale inevitabile, ma anche stavolta garbatamente risolto, soprattutto con l’ultimo capitolo. La sceneggiatura descrive con cura i personaggi, gli attori rendono sincera ogni azione, la regia è sobria e spigliata e si ritaglia almeno una grande scena, come quella del pranzo collegiale. Spiccano i due giovani interpreti Eliza Scanlen e Toby Wallace, senza dubbio i più autorevoli candidati alla Coppa Mastroianni (in coppia). Voto: 7.
Non è facile districarsi nel noir in bianco e nero firmato dal cinese Lou Ye, che con “Saturday fiction” ci porta nella Shanghai 1941, a ridosso dell’attacco a Pearl Harbor. Qui arriva l’attrice Jean Yu (una Gong Li più spenta del prevedibile), per recitare in città una pièce diretta dal suo ex amante. Ma in realtà lo scopo sembra essere un altro. L’attrice infatti è venuta a conoscenza di informazioni segrete relative all’imminente attacco alla base americana e sta valutando come svelarle, non potendo fidarsi veramente di nessuno. Soffocante, ma anche agile racconto (grazie a una regia sempre nervosa), che si snoda tra continui ribaltamenti di ruolo e di campo, dove lo spettatore rischia di perdersi completamente, in un film dove alla contrapposizioni cinese/giapponese, amici/nemici si aggiunge anche quella teatro/realtà. Il caos che ne deriva non riesce a produrre probabilmente vere emozioni, in una freddezza pur stratificata nell’azione dirompente. Ma è anche vero che ogni noir che si rispetti rende torbida la trama, anche se qui alla fine si esagera. Non mancano momenti di grande intensità, come tutte le sparatorie e soprattutto un finale malinconico, dove si consuma il gioco pericoloso al massacro di tutti gli inganni. Voto: 6,5.
Fuori concorso, infine, è passato “Mosul”, dal nome di una delle tante città martiri della lotta all’Isis, nell’Iraq devastato del dopo Saddam e preda dei fanatici del Califfato. Focalizzando l’azione attorno alla squadra speciale Swat, un’unità di ex poliziotti che attraverso azioni di guerriglia corre parallela alle azioni regolarmente militari, il regista americano Matthew Michael Carnahan, fin qui soltanto sceneggiatore, si concentra sull’azione, seguendo in telluriche sparatorie, assalti e ritirate, coraggio e paura, dove la morte è sempre in agguato. Prodotto tra gli altri anche dai fratelli Anthony e Joe Russo, proveniente dall’esperienza Marvel degli Avengers, il film è un violento viaggio immersivo nel cuore del conflitto, delineando tuttavia anche caratteri e singolarità dei personaggi. Certo dopo “Still recording” tutto sembra ampliamente artefatto (e qui la colonna sonora non aiuta), ma per fortuna siamo distanti da operazioni ricattatorie alla “Cafarnao”. Voto: 6.
 

Giovedì 5 Settembre 2019, 07:32
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