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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 76, giorno 6. Il cuore di Napoli
batte per Martin Eden: Pietro Marcello c'è


Tornano in campo gli italiani e il “Martin Eden” di Pietro Marcello, secondo film nostrano in gara per il Leone d’oro, è il lavoro più apprezzabile di una giornata non proprio entusiasmante, anche se il livello complessivo resta medio-alto.
Pubblicato per la prima volta a inizio Novecento, “Martin Eden”, dal nome del protagonista, è uno dei romanzi più famosi di Jack London. Narra la vicenda di un marinaio di scarsa cultura, che salvando un giovane rampollo della borghesia di San Francisco, conosce Ruth e, oltre a innamorarsene, vede nascere in lui la voglia di diventare scrittore. Ma la faticosa conquista del successo, lo porterà a una scelta drastica. Pietro Marcello sposta la storia in una Napoli coeva, ma dissemina il film di elementi dissonanti (a partire dalla colonna sonora), per ottenere una sensazione di atemporalità. Restando fedele al romanzo, a parte il suicidio finale, qui solo ipotetico, ma cambiandone alcuni nomi (Ruth diventa Elena, ad esempio) disegna la figura di un anarchico individualista, che lotta contro tutto e tutti, facendo emergere la differenze sociali e culturali (bella la forzata passeggiata nei vicoli popolari cui Elena è costretta, rendendosi conto di come vive la gente fuori dalla sua villa). Costruisce un’architettura complessa attraverso intermezzi di filmati d’epoca (notevole l’affondamento del vascello, si direbbe simbolico), la consueta perlustrazione del territorio, sia cittadino che bucolico, e i fermenti politici dell’epoca, con il socialismo che accende il cuore dei lavoratori e la guerra che incombe. Ne esce un film interessante e intelligente, che paga probabilmente un eccesso di saturazione, in uno sviluppo barocco dei fatti e una volontà autoriale che rischia di soffocare il racconto. Luca Marinelli, candidandosi alla Coppa Volpi, dà prova di grande maturità interpretativa, specie nella prima parte, cangiante e smaniosa, mentre nel finale il manierismo sembra prendere il sopravvento, quando lo stato d’animo diventa febbrile e incontrollato, che è un po’ la sua specialità. Voto: 7.
Il secondo film in gara viene da Hong Kong ed è firmato dal 71enne Yonfan, al suo primo lavoro di animazione. Nel 1967, quando si accende la rivolta, in sorprendente sintonia con le vicende di oggi, l’universitario Ziming seduce la signora Yu, autoesiliata da Taiwan, madre di Meiling, alla quale lo studente dà alcune ripetizioni scolastiche. Non privo di fascino, è tuttavia un estenuante e catatonico racconto amoroso, tra metafore evidenti e slanci erotici, pulsioni omosessuali e triangoli inattesi. Ricco di riferimenti cinematografici (la coppia va spesso al cinema), anche se abbastanza scontati (da “Blow up” a “Il laureato”), snervante nell’utilizzo di pianoforte e sviolinate liriche nella colonna sonora, “No. 7 Cherry Lane” non riesce mai ad appassionare veramente, tra voce narrante e dialoghi rarefatti. Voto: 5.
Infine Fuori concorso è passato, prodotto da Netflix, “The king” dell’australiano David Michôd, tratto dalla vita (e dalla tragedia scespiriana) di Enrico V, al quale dà volto angelico contrastante Timothée Chalamet, reso celebre da Guadagnino nel suo “Chiamami col tuo nome”. Il regista di “Animal Kingdom” e “The rover” affronta la figura del monarca (già portata sullo schermo da Laurence Olivier e Kenneth Branagh) muovendosi tra palazzi e bettole, dove il futuro re visse la sua dissoluta adolescenza, senza alcuna originalità, in una piatta rappresentazione, tanto pomposa e roboante quanto vuota. Se gli intrighi e le cospirazioni vengono descritti in modo corrivo e se alcuni personaggi, come Falstaff, sono palesemente modificati, è soltanto nella parte finale, compresa la celebre battaglia vittoriosa sui francesi di Azincourt, che il film vibra di corpi e ferraglia, inganni e svelamenti, nei quali Chalamet fatica a essere sempre credibile. Voto: 5.

Martedì 3 Settembre 2019, 07:55
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