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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 76 giorno 5. Finti traditori, vere truffe
tra Panama e Cuba, Soderbergh e Assayas


Giornata di specchi, di identità rovesciate, di infiltrazioni nel cuore di organizzazioni terroristiche e finanziarie. E soprattutto di famosi fatti di cronaca e intrecci politici. Giornata in ribasso rispetto alla precedente, ma non da buttare. È tutt’altro che trascurabile l’ultimo film di Steven Soderbergh, passato in Concorso. Non memorabile, ma sicuramente intelligente, spassoso e con una costruzione accattivante, anche se non originalissima (si pensi ad esempio al più complesso “La grande scommessa”). Una gita in barca al lago finita in tragedia priva Ellen (Streep) del marito. Sicura di incassare l’indennizzo da parte della assicurazione, scopre che in realtà non ha diritto a nulla. Da qui prende il via l’avventura dentro l’architettura mondiale di una grande truffa finanziaria. Partendo dal celebre scandalo detto “Panama Papers”, che vide coinvolte, nello scorso decennio, oltre 200.000 società offshore, ai danni di ignari cittadini, Soderbergh costruisce il suo ulteriore sguardo feroce, non privo di ironia e sarcasmo, sui meccanismi perversi ai danni delle categorie più indifese di cittadini, scoperchiando un vaso di Pandora ripieno di inganni finanziari, con trucchi che servono all’arricchimento di poche e privilegiate persone. Delegando alle figure di due dei grandi truffatori, Jürgen Mossack e Ramón Fonseca (rispettivamente Gary Oldman e Antonio Banderas), la spiegazione del colossale raggiro (la coppia si rivolge direttamente allo spettatore), Soderbergh pianifica lo svelamento, attraverso l’azione della sfortunata, ma battagliera vedova (una specie di nuova Erin Brockovich), che di porta in porta riesce a comprendere come l’ossessione del denaro, e del potere che ne consegue, porti a conseguenze disastrose, azioni nelle quali le grandi potenze mondiali (Usa in primis, ma anche Cina e Russia) sono tutt’altro che innocenti. Montaggio serrato, ritmo incalzante e un finale a sorpresa fanno di “The Laundromat” un film con qualche potenzialità per il palmares. Voto: 7.
Di sicuro più dimenticabile è “Wasp network”, anch’esso basato su fatti reali (il traffico, negli anni ’90, di finti dissidenti cubani in Florida, per stanare le organizzazioni anticastriste composte da veri transfughi da L’Avana), che Olivier Assayas sembra dirigere quasi distrattamente, lontano alle sue folgoranti opere sulla contemporaneità. Girato veramente a Cuba e strutturato come una spy-story, il film sgonfia l’attesa attraverso una storia lineare e convenzionale, nonostante il twist narrativo a metà percorso. Assayas non declina troppo le istanze politiche e resta un osservatore dei fatti, anche se l’intervista di archivio a Fidel che protesta ironicamente per come il Paese che spia di più al mondo (gli Usa) si lamenti di quello più spiato (Cuba) fa capire quanto meno la paradossale situazione. In definitiva un film forse troppo leggero per stare in Concorso, nonostante la firma del regista. Voto: 5.
Restando ancora sulle orme della politica, il nuovo documentario di Alex Gibney, presentato Fuori concorso, racconta l’ascesa degli oligarchi russi dopo la caduta dell’Urss, tra i quali Mikhail Khodorkovsky, diventato un dissidente in esilio a Londra, dopo la condanna a 10 anni per evasione fiscale. In realtà “Citizen K.” è più interessante nel descrivere come Putin sia arrivato al potere e sul perché sia ancora lì. Gibney come sempre fa del classico giornalismo cinematografico: non rivela troppe cose nuove, ma regala qualche curiosità, come lo studio al Cremlino di Boris Eltsin riprodotto altrove, durante la sua malattia. Voto: 5,5.
Infine passati due episodi della seconda stagione di “The new pope” (il 2 e il 7, ma che senso ha?), la serie papale di Sorrentino, prossima allo sbarco su Sky. L’impianto resta identico, come le provocazioni, il senso del grottesco e tutta la futilità possibile.

 
 

Lunedì 2 Settembre 2019, 07:37
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