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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 76, giorno 10. I barbari siamo noi
Maresco è sempre quello di una volta


Il Concorso si è chiuso senza il botto finale, confermando la netta disparità tra la prima settimana e la seconda, decisamente più debole. Ieri sono passati l’ultimo film italiano di Franco Maresco e quello del colombiano Ciro Guerra. 
Con “La mafia non è più quella di una volta”, il regista palermitano ci riporta nel cuore della sua città, nel quartiere Zen 2, continuando la perlustrazione sociale e politica iniziata con “Belluscone. Una storia siciliana”, presentato proprio qua a Venezia 5 anni orsono. Un sequel che attinge al consueto vocabolario documentaristico (e mockumentaristico) di una realtà contradditoria e complessa. Ritroviamo così l’indimenticabile Ciccio Mira, il deus ex machina delle feste di piazza, protagonista sorprendente e assoluto del film precedente; così come i cantanti neomelodici. L’occasione stavolta è data dalla celebrazione del 25esimo anniversario degli attentati a Falcone e Borsellino, ricorrenza che la Palermo che vediamo sullo schermo sembra dimenticare o infastidirsi al solo pensiero di ritenerli eroi. Maresco resta fedele al suo cinema grottesco e sferzante, capace di cogliere l’essenza di una tradizione omertosa, spesso figlia della paura. Ma stavolta non solo sorprende meno, fotocopiando le situazioni di “Belluscone”, ma insiste troppo a lungo su scenette ripetitive, consumando gli stessi personaggi: è vero che Mira e il mondo che gli gravita attorno strappano la risata, ma l’inchiesta tra la folla sulla volontà di partecipare alla celebrazione e i vari rifiuti dell’impresario (o le sue amnesie) al decimo passaggio non scaldano più, nonostante si colga il senso dell’ossessione.  Maresco sembra quindi prigioniero del suo cinema, meno cinico e astratto di un tempo (in coppia con Ciprì), ma calato in una realtà sulla quale i film dice già tutto nel primo quarto d’ora, oltre al film precedente. Meglio sarebbe stato magari approfondire il personaggio di Letizia Battaglia, fotografa decisiva nella iconografia giornalistica della mafia, che dopo un inizio simpatico, resta in disparte. E se sembra poco divertente indugiare sul cantante stonato (una specie di accanimento, pur nel grottesco della rappresentazione), la parte dedicata alla famiglia Mattarella poteva essere meno allusiva: qui invece è solo un “suggerimento”, che si sgancia, anche esteticamente, dal resto del film. Insomma è un cinema politico importante, che ora dovrebbe trovare anche percorsi nuovi. Voto: 6.
“Waiting for the Barbarians” (Aspettando i barbari) narra di un avamposto di frontiera imprecisato nel deserto, dove un magistrato che lo amministra, riceve la visita del colonello Joll (Johnny Depp con la solita bizzarria aggiunta), che non ha la stessa clemenza nei confronti della popolazione indigenza. In un’atmosfera da tartari buzzatiani e scenari immensi alla Lawrence, Ciro Guerra, dopo il magnifico “Oro verde”, sceglie una storia più basica ed elementare, con la quale ricorda come i barbari in realtà siamo noi. Lo stile resta un po’ grezzo, ma una sua efficacia il film ce l’ha. Nel cast anche Robert Pattinson, Mark Rylance e Greta Scacchi. Voto: 6,5.
In “Orizzonti” visti due film. Il primo è “Moffie” del sudafricano Oliver Hermanus, che racconta come il razzismo non sia da quelle parti riservato ferocemente solo ai neri, ma anche ai gay, specie se militari, relegati più o meno in una specie di manicomio. Ma il film dice poco sul machismo militare e ancora meno sull’omosessualità, dimostrando scarso coraggio, nonostante un finale amaro. Hermanus si conferma, soprattutto dopo “The endless river”, regista mediocre. Voto: 5. Il secondo è “The criminal man” del georgiano Dmitry Mamuliya, che racconta la storia di un uomo che assistendo a un omicidio, ne resta ossessionato, diventando a sua volta un assassino. Atmosfera e ritmi rarefatti per una visione cupa di un Paese e della sua disumanità. Ostico, ma interessante. Voto: 6,5.
 
 

Sabato 7 Settembre 2019, 08:52
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