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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 75, giorno 7. Dolore, Arte e Show
Germania e Stati Uniti tra guerre e terrorismo


Guerre, terrorismo: i temi tornano. Germania, Stati Uniti: il passato remoto e quello più recente, le ferite dei protagonisti spesso bambini che poi crescono con questo trauma vissuto. Tre i film in concorso: uno piuttosto sorprendente, uno convenzionalmente interessante, uno che ha sbagliato posto.
Il tedesco Florian Henckel Von Donnersmarck torna a casa, nell’ex DDR dove aveva girato il suo primo film “La vita degli altri”, che gli dette subito notorietà. Spinge il racconto attraverso le trasformazioni storiche e politiche, dal nazismo al comunismo sovietico, attraverso la storia del fanciullo Kurt, che sogna un giorno di fare il pittore, consacrando questo suo desiderio sulla soglia dei 30 anni, dopo una fuga in Occidente, prima a Berlino, poi a Düsseldorf. “Werk ohne author” (Opera senza autore), interseca la vita del giovane artista con quella di un ufficiale medico delle SS, a capo del Centro di Eliminazione delle persone malate nel corpo e nella mente, tra le cui vittime finisce presto la zia di Kurt, che incontrerà e sposerà proprio la figlia del nazista (prontamente trasformatosi in paladino dei sovietici), tallonato dai cacciatori di nazisti in tempo di pace. Ispirato a fatti veri, è un melò storico, che affronta temi importanti (l’arte al tempo della dittatura, gli uomini di Potere che cambiano in un attimo faccia per conservarlo) e lo fa seguendo le orme del romanzo popolare, ma in modo insistentemente didattico (spiegando la Storia) e didascalico (ogni cosa è sottolineata in abbondanza, anche musicalmente e d’altronde il film dura addirittura 3 ore), senza alcuna invenzione estetica come Guadagnino e Nemes. Qui si apprezza il senso sfumato della vendetta (dell’ex nazista suocero non sappiamo se sarà scoperto), che non appartiene più alle nuove generazioni, e sulla creatività è senza dubbio più significativo del Van Gogh di Schnabel. Tuttavia è un film che racconta anche bene ma non sorprende mai. Voto: 5,5.
Senza dubbio è divisivo il secondo film in Concorso: “Vox Lux” di Brady Corbet, già passato a Venezia con il suo esordio “L’infanzia di un capo”. Qui si racconta come la giovane studentessa Celeste (Natalie Portman), scampata miracolosamente pur ferita all’ennesima strage scolastica americana, dotata di una voce non comune, per superare il trauma intraprenda una carriera di cantante, fino a diventare un idolo pop. Corbet riflette sulla costruzione del Mito e su tutto quanto ormai sia spettacolo, in modo sempre più disperato e doloroso, e come il singolo e un Paese come l’America (entrambi feriti al cuore, la vicenda si svolge negli anni dell’11 settembre) stordiscano le proprie tragedie con il furore anestetico dello show. Corbet affronta i nuovi modelli culturali in modo spiccatamente esuberante (il finale insistito, il maledettismo della popstar, il rapporto conflittuale con l’amata sorella e la figlia) e provocatorio (i titoli di coda mandati a inizio film), tanto da indurre a una sensazione di furbizia estetica calcolata (montaggi rapidi, piani-sequenza, ritmo frastornante). Ma è un cinema vivo, che parla della contemporaneità e proprio per questo destinato a battaglie sul giudizio. Voto: 7.
Dell’ultimo film in gara “Acusada” dell’argentino Gonzalo Tobal non si vorrebbe dire nulla, chiuso com’è in una rappresentazione piatta da fiction e una narrazione priva di ogni interesse. Si parla di una ragazza accusata di aver ucciso la sua migliore amica, rea di aver mandato in rete un filmato dove pratica sesso orale al suo ragazzo. Una specie di cinema processuale del tutto avaro di storia (non diventa nemmeno una riflessione sulla giustizia) e interesse estetico. Incomprensibile la sua presenza in concorso. Voto: 1.
 

Mercoledì 5 Settembre 2018, 07:38