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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 75, giorno 5. Audiard e Minervini
l'America selvaggia di ieri e di oggi


Il Concorso continua a correre su binari ad Alta Velocità: insomma erano anni che non si contava tanta soddisfazione. Speriamo di continuare.
Ieri due film sulla selvaggia America, di ieri e di oggi. Partiamo dal secondo film italiano (per modo di dire….) in Concorso. Roberto Minervini, fermano che vive in America, è ormai una sicurezza. Forse però stavolta è meno sorprendente e coinvolgente, anche se il suo “What you gonna do when the world’s on fire?” (Che fare quando il mondo è in fiamme?) resta comunque un documento aggiuntivo interessante nella sua collana di documentari (ok, finzionali…, ma ormai è inutile dilungarci su questo) sul lato oscuro dell’America. Nel Sud degli States nell’estate dell’anno scorso ci fu una serie di brutali omicidi che scossero la vita già problematica della comunità nera. Minervini cattura l’essenza di tre storie in un bianco e nero astrattivo (due giovani ragazzi, una cantante che ha aperto e chiuso quasi subito un bar, le manifestazioni delle giovani Pantere Nere), sovrapponendole senza farle incontrare, restando quasi sempre sul volto dei protagonisti, con una profondità di campo sfocata che mostra una solitudine evidente dal contesto; e ascolta, per due ore, il battito rabbioso, la foga verbale contro la violenza dei bianchi, il desiderio di uguaglianza. La potenza dei racconti è palpabile, ma la verbosità accentuata e proprio quel distanziamento dalla realtà circostante complicano la partecipazione emotiva dello spettatore. I protagonisti mostrano una forte adesione al reale, ma la sensazione che la “scrittura” prenda il sopravvento è altrettanto significativa, più di altre volte. Tutto questo, e forse anche perché ormai lo sguardo di Minervini è consolidato, delinea per il film un rispetto autentico (alcuni momenti sono indubbiamente appassionanti), ma non trova, cinematograficamente, l’emozione degli altri suoi lavori. Voto: 6,5.
Sempre in concorso il francese Jacques Audiard invece si dà al western e con un cast di valore (Phoenix, Reilly, Gyllenhaal) porta a Venezia “The Sisters Brothers”, storia di due fratelli a servizio del potente e crudele Commodoro, che dà alla coppia incarichi di ricercare e uccidere persone che ostacolano i suoi affari. Siamo nell’Oregon di metà Ottocento e quando i due fratelli devono dare la caccia a un ricercatore d’oro, che ha inventato un liquido per scovarlo facilmente, la faccenda si complica, anche per la presenza di un quarto uomo. Il primo film in lingua inglese di Audiard pone ancora una volta l’individuo a cospetto di realtà estranee che in qualche modo chiedono di adeguarsi, pagando spesso il conto. La caccia all’uomo diventa l’ennesimo terreno dove a scontrarsi sono anche le certezze e le conoscenze, gli affetti e le appartenenze, disegnando con tocchi da commedia, la virilità di un mondo che cambia (lo spazzolino da denti, il water) e la violenza come bisogno di affermazione, nonostante all’orizzonte l’idealismo (dell’inventore, occhio alla battuta su Dallas) e il pacifismo (del fratello meno sanguinario) affiorino timidamente. Impaginato con eleganza, con alcune sequenze notevoli (su tutte forse la prima, con la sparatoria nel buio alla Kitano e il cavallo in fiamme che si dà alla fuga) e una colonna sonora del solito Alexandre Desplat che dà vigore contrappuntistico all’azione, nel finale trova controcorrente due selvaggi uomini del West correre in braccio alla mamma (che li accoglie a fucilate, prima di aprire loro la porta), dopo aver accantonato morti e seduzioni del mondo nuovo (la San Francisco della civiltà), in un futuro di speranza che non perda le proprie radici. Voto: 7.
 

Lunedì 3 Settembre 2018, 07:37