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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 75, giorno 4. Guadagnino
e Leigh leggono il Male nella Storia


Il giorno di “Suspiria” (l’attesa, la curiosità, il paragone) mette in ombra il resto del Concorso, che però si difende più che dignitosamente, aggiungendo così altri tre tasselli a una corsa al Leone che, pur avendo un film in fuga come “ROMA”, vanta quasi la totalità dei film come degni della competizione.
Luca Guadagnino ovviamente sposta radicalmente il suo sguardo sugli eventi nella scuola di danza che era al centro del capolavoro di Dario Argento, così intoccabile da sconsigliare remake a ricalco. Non siamo più a Friburgo, siamo a Berlino ai tempi del muro (non a caso la scuola ne è a ridosso) e il fiammeggiante respiro, nonché la visionarietà, dell’originale, scompaiono in una rappresentazione austera e plumbea (la cupezza degli interni, la copiosità della pioggia continua sulla città, in una ricostruzione dettagliata e convincente), cerebrale e non carnale, nella quale la magnetica Tilda Swinton è madame Blanc, l’istruttrice che dà lezioni alle ragazze, tra le quali si distingue la Susie Bannon di Dakota Johnson.
In un film quasi totalmente di donne, si direbbe di discendenza quasi fassbinderiana, Guadagnino evapora il genere, sconfinando nell’horror soltanto nell’ultima mezzora (ed è la parte più slabbrata), in un’ambiziosa lettura del Male nella Storia, interrogandosi sul concetto di Colpa personale e collettiva e sul concetto di Memoria (occhio che dopo i titolo di coda, c’è una brevissima scena aggiuntiva): non più quindi l’innocenza perduta dell’adolescenza, ma la devastante azione sotterranea delle forze negative che si esprimono con la violenza e che portarono al nazismo (la Storia passata) e il terrorismo (la Storia attuale, siamo ai tempi della Baader-Meinhof). Attingendo a un’atmosfera costantemente inquietante, divorata dal dubbio e dall’inconscio, Guadagnino forse mette troppe cose e troppo tempo nell’elaborale, ma il film resta comunque un’operazione affascinante, interessante proprio perché cerca di essere il più possibile autonoma da ogni riferimento precedente. Voto: 7.
È un po’ anche il limite del secondo film in Concorso, firmato da Mike Leigh, già Leone d’oro con “Vera Drake”. “Peterloo” racconta il tragico eccidio compiuto dalle forze governative britanniche esattamente due secoli fa, quando in una piazza di Manchester la cavalleria compì un massacro feroce sulle persone che manifestavano pacificamente chiedendo riforme e salari adeguati, ai tempi della rivoluzione industriale. Non si discutono la forza politica del film (si direbbe costantemente attuale), né la composizione straordinariamente pittorica degli interni e delle scene di massa (il lungo finale con il massacro è da brividi), a convincere meno è una tediosità centrale nell’esporre le tesi nelle varie riunioni del popolo e della classe governativa (rilevata in chiave grottesca), che portano il film in surplace narrativa, a cui avrebbe giovato un po’ di snellezza. Ma è un film potente e necessario. Voto: 7.
Si difende onorevolmente anche il terzo film in gara per il Leone. “Frères Ennemis” (Nemici fraterni) diretto da David Oelhoffen, che è un solido polar nella periferia parigina, dove una partita di droga innesca una micidiale ronda di tradimenti e omicidi, triturando ogni regola, ogni legame amicale e familiare, e anche l’appartenenza a questo o quel clan. Ne esce un costipato racconto, dove l’amicizia giovanile di un poliziotto e un delinquente dà l’avvio a uno spietato regolamento di conti. Se non particolarmente sorprendente, il film si fa apprezzare per la lettura socio-politica delle etnie magrebine in una Francia delle banlieue, dove ancora identità e cittadinanza sono spesso negate. Voto: 6,5.
 

Domenica 2 Settembre 2018, 07:37