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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 75, giorno 3. Coen western pallido
Assayas esegeta della contemporaneità


Si chiacchiera (abbastanza), si canta (molto): una giornata fatta di parole e musiche, dal rock al pop, fino alle ballate western. Non una giornata fiammeggiante come quella del giorno prima, ma neanche da buttare. E tutto sommato la (mezza) delusione arriva dai fratelli Coen.
“The ballad of Buster Scruggs” (Concorso) è un film a episodi, esattamente sei, che raccontano storie di ambientazione western. In realtà sembra una raccolta di “corti”, collegati dal genere di appartenenza, discontinui come non potrebbero essere, anche nella chiave di lettura che vi è data. I primi due episodi sono di chiara matrice parodistica, che non è proprio l’elemento nel quale i Coen primeggiano. Nel primo Buster Scruggs, un cowboy vestito di bianco, che cavalca suonando la sua chitarra come fosse Roy Rogers, infallibile pistolero e ricercato, si esibisce in continui duelli, con sorpresa finale; nel secondo un rapinatore di banche (James Franco) finisce ben due volte con il cappio al collo, condannato sempre in modo beffardo. La risata è debole e le situazioni non troppo inventive. Si peggiora con i due episodi centrali, più noiosi che commoventi: nel terzo un impresario girovago (Liam Neeson) porta in giro un ragazzo senza gambe e braccia a mo’ di attrazione; e nel quarto un cacciatore d’oro (Tom Waits) trova finalmente il tesoro nascosto, ma deve fare i conti con chi glielo vuole rubare. Fortunatamente gli ultimi due episodi sono i migliori e risollevano il film: nel quinto seguiamo una carovana fordiana verso l’Oregon, assalita dagli indiani; nell’ultimo ascoltiamo i ricordi di alcuni passeggeri di una diligenza, verso una destinazione ignota, di facile intuizione. Dalla commedia, si passa ai sentimenti e infine il tono si fa cupo, facendo i conti diretti con la morte, forse vera protagonista del film. Fratelloni pallidi. Voto: 5.
In compenso il francese Olivier Assayas si dimostra sempre intelligente esegeta della contemporaneità, confermando anche con “Doubles vies” (Concorso) la brillantezza della scrittura e la capacità di cogliere lo spaesamento del vivere oggi. Stavolta siamo a Parigi, dove uno scrittore ossessionato dall’autobiografia cerca di convincere il suo editore a stampare il suo ultimo libro, in realtà piuttosto restio, al contrario della moglie, che non a caso ha una relazione con lo scrittore. Assayas giostra con mirabile arguzia ed effervescenza una collana di dialoghi interminabili tra vita e letteratura, analogico e digitale, stampa e tablet, realtà e finzione, dimostrando che gli elementi cambiano, ma la sostanza dei rapporti tra le persone resta immutata, minati da immutabili tradimenti e segreti, come le fake news del web. Sicuramente verboso e un po’ autocompiaciuto nella descrizione dell’ambiente intellettuale della capitale, ma anche ennesima lezione di un cinema che sa raccontare lucidamente la vita, pur non raggiungendo i vertici dei suoi ultimi lavori (“Sils Maria” e “Personal shopper”). Voto: 7.
Infine Fuori Concorso la quarta versione cinematografica di “A star is born”, che segna anche l’esordio alla regia di Bradley Cooper (qui anche attore protagonista) e la presenza iconica di Lady Gaga, nel ruolo che fu già di Janet Gaynor, Judy Garland e Barbra Streisand. Un prodotto così perfetto per la Corsa agli Oscar, che non distrae per un attimo la sua funzione incantatrice di sentimenti e canzoni, commedia romantica che sa colpire il pubblico con le emozioni più semplici. Si potrà dire che sembra un concertone di Lady Gaga, che Cooper è spesso gigione nelle scelte di regia e nella recitazione, ma è un prodotto pensato e costruito per questo. E quindi assolto. Voto: 6.
 

Sabato 1 Settembre 2018, 07:38