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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 75, giorno 10. Il samurai "pacifista"
e i rivoluzionari bolsi francesi


Ultimo giorno, ormai i giochi sono fatti. Diversi film belli, seconda parte più debole: ne riparleremo dopo i verdetti, sempre temuti, della Giuria. Intanto arriva il film che chiude il Concorso e che lascia la sua traccia. E altro fuori concorso che forse sarebbe stato meglio non la lasciasse.
“Zan” (Uccidere) è la storia di un samurai problematico, solitario, che si allena tutti i giorni con il figlio di un contadino, che sogna di diventare presto un samurai anche lui e la cui sorella è probabilmente innamorata di Mokunoshin. Ma l’arrivo di un gruppo di briganti e di un ronin (lo stesso regista) che vorrebbe coinvolgere Mokunoshin in azioni di battaglia finiscono per rompere la quiete della comunità. Il giapponese Tsukamoto condensa in soli 80’ (un autentico miracolo in questa Mostra dalle durate eterne) un film che conferma il suo stile aggressivo, furibondo e fortemente poetico allo stesso tempo, anche se si capisce che l’esile trama, il tempo ristretto e la ripetitività del tema non danno al film quella forza necessaria per aspirare a un premio importante, a parte forse la regia, sempre intrigante. Tuttavia argomenti di interesse ci sono, a cominciare dalla volontà del samurai di non uccidere, una sorta di simbolica zona adolescenziale, che infatti cadrà definitivamente quando finalmente riuscirà (nella maniera più classica) a superarla. È una specie quindi di coming of age (si noti anche la scena onanistica), governato dalla solita abbondanza di duelli, tra spade e bastoni e comunque una rappresentazione fallocentrica, come spesso accade nel cinema muscolare e frastornante del regista giapponese. Nella assordante sonorità musicale e oggettistica, spuntano momenti di intesa delicatezza, come il cammino di una coccinella, il roteare di alcuni bastoncini, un bellissimo carrello durante l’allenamento tra i campi. Non un film memorabile, ma divertente e sempre autoriale, libero da ogni ingranaggio narrativo. Voto: 6,5.
Davvero deludente, fuori concorso, la rappresentazione didattica e didascalica della Rivoluzione Francese in “Un peuple et son roi” (Un popolo e il suo Re) del parigino Pierre Schoeller, regista fin qui abbastanza anonimo e destinato a restare tale. Si raccontano i fatti rivoluzionari che vanno dalla presa alla Bastiglia fino all’esecuzione di Luigi XVI, seguendo le varie tappe storiche nevralgiche, attraverso la storia privata di Françoise, una giovane lavandaia, e Basile (Gaspard Ulliel), che aggiunge tocchi di sensualità fuori posto in un romanzone popolare, già carico di melodramma. Le figure che animarono la lunga battaglia per la democrazia (tra gli altri, il Roberspierre di Luois Garrel) sono rappresentate come elementi sbiaditi di una storia che non trova nemmeno nelle azioni corali il tentativo di emozionare o avere un respiro cinematografico interessante. Ne esce un prodotto scolastico, puramente descrittivo e abbondantemente noioso. Voto: 4.
Infine nella sezione Orizzonti si segnala il film turco “Anons” (L’annuncio) di Mahmut Fazil Coşkun, che analizza il tentativo di colpo di stato da parte di alcuni ufficiali, che vanno a occupare la stazione radio di Istanbul per dare appunto l’annuncio. In un clima surreale, in una composizione tetramente desaturata, con lunghi piano-sequenza a camera fissa e praticamente tutto in interni, anche quando teoricamente all’aperto (è ripreso dall’interno dell’auto), è un film grottesco sulla desolante incapacità di essere all’altezza anche nel compiere azioni malvage. Divertente, graffiante e a suo modo perfino agghiacciante. Tra lo stile attonito di Roy Anderson e quello beffardo di Corneliu Porumboiu. Voto: 7.
 

Sabato 8 Settembre 2018, 08:37