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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Una poetessa in lotta contro la sua epoca
Ragazzi in lotta contro le famiglie


Ci sono pochi registi che hanno trattato la memoria come archivio dolente della propria esistenza, dove ogni effimero sorriso ha il controcanto forte e potente di una vita inconsolabile, struggente in una solitudine spesso accompagnata da un dolore ineluttabile custodito come un segreto lacerante. Terence Davies lo ha fatto fin dal suo film d’esordio, una raccolta di tre “corti”, chiamata appunto “Trilogy” (1984), nel quale era già evidente tutta la sua personalissima poetica, che poi sfocerà nei suoi successivi capolavori “Voci distanti… sempre presenti” (1988) e “Il lungo giorno finisce” (1992).
Ora con “A quiet passion” porta sullo schermo la vita travagliata della poetessa Emily Dickinson, vissuta nell’Ottocento in una famiglia puritana e agiata, che in breve tempo combattendo contro le regole sociali dell’epoca (si veda la magnifica, austera scena iniziale in un collegio), deciderà di isolarsi dal mondo, rinchiudendosi dentro le mura di casa, specialmente nella sua stanza, dove tra disturbi nervosi ed epilettici sempre più ricorrenti visse gran parte della propria vita, morendo a 55 anni per una nefrite.
Terence Davies firma un biopic malinconicamente severo, un ritratto infelice, sofferto di una donna fuori posto fin dalla prima immagine, quando rimane sola al centro dell’inquadratura, immagine che indentifica tutta un’esistenza tormentata. Una messa in scena di mirabile eleganza, un ritmo collegato alla realtà di quel tempo, una sceneggiatura entusiasmante, che si permette anche delle felici incursioni nel sarcasmo, con il personaggio quasi opposto dell’amica anticonformista. Ma è soprattutto un rigoroso, spettrale film sulla Morte, come presenza continua e indissolubile nella vita, che le immagini (cadaveri, stanze, oggetti, silenzi) restituiscono con magistrale potenza, come nella sequenza della presenza fantasmatica che sale le scale al buio.
Con una recitazione mai forzata e dominata dai chiaroscuri, Cynthia Nixon costruisce con straordinaria adesione un personaggio in costante lotta con la società di allora, anche nei suoi aspetti controversi, come nel caso della rigidissima reazione alla scoperta dei tradimenti amorosi del fratello. In un film fatto soprattutto di silenzi, scanditi da volontà ferree e a volte ostinate, le parole, non solo quelle che la poetessa sceglie per le sue opere, assumono un peso determinante. Davies accompagna questo percorso impervio con uno sguardo compassionevole, mostrando come le cose e gli affetti si sgretolino ogni giorno sempre di più, dove l’intransigenza non porta mai pace, nemmeno negli ultimi istanti di vita, in cui il corpo cerca di ribellarsi alla morte, con il terrore evidente tra gli spasmi, come già il regista inglese mostrò in “Death and Transfiguration”, ultima parte della Trilogia dell’esordio.
Stelle: 4

LA STANZA DELLE MERAVIGLIE SENZA MERAVIGLIA - Due bambini in epoche diverse (1927-1977) fuggono e arrivano a New York. La prima si chiama Rose e parte dal New Jersey, vive con il padre e ha un problema di sordità. Ha la passione per il cinema e adora soprattutto una grande attrice, una diva del muto, della quale colleziona ogni notizia, e che vuole incontrare a tutti i costi. Il secondo, anche lui sordo, si chiama Ben, parte dal Minnesota, e cercando un giorno tra le cose della mamma morta, trova un catalogo di una mostra nella Grande Mela, ma soprattutto l’indirizzo di una libreria. E vorrebbe anche incontrare il padre che non ha mai conosciuto.
Con “La stanza delle meraviglie”, presentato l’anno scorso a Cannes senza lasciare quello stupore che vorrebbe declinare il titolo, Todd Haynes si conferma regista magistrale di sentimenti, nello scandaglio appassionato di epoche passate, confermando tutta la sensibilità di un cinema sofisticato. D’altronde sono suoi “Lontano dal paradiso” e “Carol”, dove la dinamica del tempo aveva la sua urgenza di essere colta negli scompensi. E ha firmato anche “Io non sono qui” e “Velvet Goldmine”, dove la rappresentazione di vite artistiche dello spettacolo (il primo è riferito a Bob Dylan, il secondo vagamente a David Bowie) trovano un’eccentricità autoriale sviluppata in modo originale.
Purtroppo stavolta il tema portante è meno forte, le contrapposizioni (cinema muto/cinema sonoro metafora della sordità dei due bambini, bianconero/colore, campagna/metropoli) sono rese meccaniche da un montaggio alternato convenzionale; e per spiegare alla fine il rapporto che esiste tra i due bambini ci mette una vita, quando già dall’inizio si capisce come fosse l’unico possibile. Certo resta l’attrazione del fantastico (siamo dalle parti di Brian Selznick, autore di Hugo Cabret, e che qui scrive la sceneggiatura), ma è un po’ troppo il ricalco del film scorsesiano (a tratti è anche noioso, specie nella parte del museo); e l’insieme è debole, nonostante le lacrime di Julianne Moore. Ne esce un film piattamente incantevole, dove Haynes si limita a fare del manierismo haynesiano. 
Stelle: 2½
 
BLUE KIDS: MALEDETTISMO MECCANICO
– Un fratello e una sorella, alla morte della madre, per impossessarsi dell’eredità compiono un gesto criminale, trascinando con sé amicizie e amori passeggeri. Un noir che rinnega le disturbanti geometrie del genere, per tuffarsi colpevolmente nella autorialità più stilizzata e vacua. L’esordio di Andrea Tagliaferri, già assistente di Matteo Garrone, si adagia su un’estetica contradditoria e troppo esasperata, perdendo il flusso di morbosità erotiche, fascinazione del Male e consapevolezza di una ribellione, pur insana. "Blue kids" è troppo breve (75’) per raccontare una disennata e patologica discesa agli inferi, che non si limiti a una spolverata di maledizione meccanica, che si disperde nel controcanto del paesaggio idilliaco ravennate. 
Stelle: 2
 

Venerdì 15 Giugno 2018, 00:22
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