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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Trieste Science+Fiction/1: la vita di "copia"
e le slindig doors che nessuno ferma più

Al via il Trieste Science+Fiction festival. Non solo fantascienza, ma cinema di genere più ampio, sempre con riferimenti precisi ai temi che animano da 17 anni questo importante appuntamento non solo del Nordest.

MARJORIE PRIME di Michael Almereyda – In un futuro prossimo ognuno potrà, volendo, riportare in vita come presenza olografica, una persona cara appena deceduta. Ma una sola. Così l’anziana Marjorie decide di trascorrere le giornate con la copia del marito, nonostante le perplessità della figlia e soprattutto del genero. Ma ormai questa possibilità sta dilagando. Tratto dal testo teatrale di Jordan Harrison, un film che risente di questa impostazione, giocando molto sui continui, efficaci dialoghi, che sono il vero interesse del film. Lo statunitense Almereyda non va molto oltre e nelle successive combinazioni con le copie olografiche il gioco si ingolfa e perde quell’attrazione iniziale, dove emergono incisive la memoria, il rimpianto, l’identità. Insomma: la vita di copia ha problemi diversi di quella di coppia, ma sempre problemi. Resta il fatto che un episodio di Black Mirror sa essere più incisivo.  Grandissima la veterana Lois Smith, ma bravo anche Tim Robbins, un po’ meccanica Geena Davis.  Voto: 6,5.

LOOP di Isti Madarász – Adam traffica con sostanze mediche trafugate dall’ospedale, dove lavora anche il padre. La compagna Anna è incinta e quando il boss del traffico illecito chiede di consegnare un nuovo carico di fiale, i due progettano di fuggire con la merce. Nel tentativo Anna viene falciata dall’auto del boss che la uccide. Ma si può cambiare il destino, conoscendolo anticipatamente? Il magiaro Madarász si perde nelle infinite elaborazioni di alternative che la storia propone, tornando sempre al punto di partenza per dimostrare come un piccolo dettaglio possa comunque stravolgere la nostra esistenza, non senza passare attraverso il complesso di colpa, nella moltiplicazione di sé ogni volta diversi. Diciamo che ormai questo tema alla slinding doors è abbastanza abusato e senza una chiave veramente sorprendente l’interesse è piuttosto tiepido. Ma il regista gioca con i canoni del thriller con una regia comunque solida. Voto: 6.

SALYUT-7 di Klim Shipenko – Cronace vere spziali: nel 1985 la stazione spaziale sovietica Salyut-7 ha smesso di comunicare con la Terra. Per evitare un eventuale tragico impatto, del tutto incontrollabile, sul pianeta, vengono inviati l’ingegnere che l’ha progettata e uno dei cosmonauti più esperti, nonostante da tempo sia stato esonerato dall’incarico per una precedente imprudenza, finita comunque senza danni. Se si è soliti dire un’americanata, quando i film hollywoodiani esagerano in situazioni impossibili o sottolineate con un’enfasi sesquipedale, il russo Shipenko, che non a caso ha studiato in California per poi tornare a Mosca, dirige una “russianata”, che forse vuole essere una parodia, ma non ha il coraggio allora di prendere veramente in giro quei cliché con i quali abbonda il racconto. Invece la componente tragica e melodrammatica prende spesso il sopravvento, anche con situazioni imbarazzanti, e la colonna sonora invade tronfia ogni istante delle due ore di disavventure, speranze, fallimenti di una spedizione, che alla fine consacra in modo plateale l’eroismo allora sovietico. Indigesto dall’inizio alla fine. Voto: 3.

 

Giovedì 2 Novembre 2017, 12:24
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