BLOG
Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Torino Film Festival 37/5: Va a meta il film
di Di Gregorio, Islanda e Taiwan convincono

Giornata piuttosto piacevole, con qualche conferma, qualche sorpresa e il sorriso intelligente della commedia di Gianni Di Gregorio.

LONTANO LONTANO di Gianni Di Gregorio (Festa mobile) – Tre pensionati che vogliono alla loro età cambiare aria, scappare da Roma e dall’Italia, per vivere più agiatamente in qualche posto più confortevole, decidono di intraprendere questo “trasloco”, ma strada facendo si accorgono che forse è tutto sommato meglio restare “al sicuro” tra le mura amiche. Gianni Di Gregorio (come non ricordare il suo “Pranzo di ferragosto”, scoperto dalla Settimana della Critica, più di un decennio fa), si conferma autore sensibile e tenero di storie leggere e popolari, con personaggi sinceri che meritano affetto. Qui si ride semplice, ma con gusto e intelligenza, senza mai sbracare con terminologie grezze. E il film riesce a ritagliarsi un finale commovente sul tema dell’immigrazione. Oltre al regista, in campo anche Giorgio Colangeli e Ennio Fantastichini, alla sua, purtroppo, ultima apparizione. Voto: 6,5.
A WHITE, WHITE DAY di Hylnur Pálmason (Concorso)
– Un poliziotto islandese perde la moglie in un incidente stradale. Tormentato dall’idea che la consorte possa averlo tradito e in grande difficoltà nell’elaborare il lutto, sfoga la sua crisi entrando in conflitto con familiari, colleghi e la comunità tutta, mentre ristruttura personalmente la casa di famiglia. Al di là di quest’ultimo elemento simbolico, un film esteticamente rilevante, narrativamente secco, il cui montaggio spiazzante evidenzia un disturbo psichico allarmante. Alcune sequenze lasciano il segno, come il racconto horror alla bambina, lo scontro al distretto di polizia con i colleghi, e il confronto notturno con l’amante. Voto: 7.
OHONG VILLAGE di Lungyin Lim (Concorso)
– Sheng torna nel suo villaggio di allevatori di ostriche, dopo essersi allontanato verso la grande città in cerca di fortuna. Qui ritrova la sua famiglia, ma anche una grave difficoltà economica, che lui finge di aver superato, millantando un successo che non è mai arrivato. Qui i contrasti col padre tornano a galla. Da Taiwan un piccolo film che sa parlare ai sentimenti, con uno sguardo quasi documentaristico e empatico su una realtà problematica. Se non sempre la narrazione procede spedita, specie nella seconda parte, il film si fa apprezzare per la sua capacità di scandagliare un mondo che la realtà di oggi tende a far scomparire. Voto: 6,5.
DREAMLAND di Miles Joris-Peyrafittle (Festa mobile)
– Nel Texas arido della Depressione, il giovane Eugene nasconde e si invaghisce della bella Allison Wells, ricercata dalla polizia, per rapina e omicidio. La loro fuga verso il Messico, dove Eugene spera di trovare il padre che aveva abbandonato la famiglia anni prima, risulterà problematica. Raccontato dalla sorellastra di Eugene, il film è un solido racconto abbastanza consumato, che si accende soltanto raramente, come nella lunga scena della doccia, che sa creare una tensione, non solo erotica. Si vede ma si dimentica presto. Voto: 5,5.
I AM FROM TITOV VELES di Teona Strugar Mitevska (Retrospettiva Mitevska)
– A Veles, cittadina macedone dominata tragicamente da una fabbrica “mortale”, che ricorda a suo modo l’attuale situazione dell’Ilva di Taranto, tre sorelle vivono una vita di stenti. Tra queste Afrodita, la più piccola, ha smesso di parlare il giorno in cui morì il padre, abbandonato dalla moglie. Da allora ognuna delle tre sogna che la vita possa cambiare. Struggente ritratto di un male di vivere inconsolabile, che procede nello scandaglio della misera vita quotidiana attraverso uno sguardo partecipato e coinvolgente. A ridosso dell’uscita del film “Dio è donna e si chiama Petrunya”, un lavoro ancora più intenso di una regista che merita di essere (ri)scoperta. Voto: 7.
 

Giovedì 28 Novembre 2019, 18:28
COMMENTA LA NOTIZIA
0 di 0 commenti presenti