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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Torino Film Festival 37/4. Amori e corpi
tra desiderio, memoria e troppa ambizione

Schiarite e rannuvolamenti in cielo e sugli schermi del Torino Film Festival.

FIN DE SIGLO di Lucio Castro (Concorso) – Ocho e Javi si incontrano a Barcellona. Hanno un rapporto fugace e poi si salutano. Ma forse esiste anche una storia dove si erano già incontrati o forse un'altra ancora dove staranno insieme per vent'anni. Un incontro che attraversa il tempo che l’argentino Lucio Castro lascia alla memoria, all’immaginazione, al desiderio. Un racconto gay fatto di misure cangianti del tempo, dove i corpi si cercano, si toccano, si separano. Un film quasi sussurrato sul finire del secolo, con una bella e intensa scena di sesso iniziale. Voto: 7.
EL HOYO di Galder Gaztelu-Urrutia (Concorso)
– Un uomo si sveglia chiuso dentro una costruzione verticale, con un baratro nel mezzo e un numero enorme di piani. Un uomo gli spiega che dovrà nutrirsi, attraverso una tavola imbandita-ascensore, con quello che resta man mano dai piani superiori; e così faranno anche quelli che sono rinchiusi più sotto. Un horror claustro-metaforico che richiama “The cube”, sostituendo il fascino e il mistero con la grezza rappresentazione della società. Tra Dante e de Cervantes, la simbologia è fin troppo scoperta e facile (il cibo come metro di ricchezza eccetera), quando non banale (quel piano 333 a metà percorso verso l’Inferno); ma pur basica è anche un’opera sullo spazio, sulla crudeltà e sulla sopravvivenza, non facendosi mancare nessun disgusto. Voto: 6.
VACCINI, 9 LEZIONI DI SCIENZA di Elisabetta Sgarbi (Festa Mobile)
– Nove monologhi sulla necessità dei vaccini nel dibattito odierno, diventato purtroppo conflittuale. Da Alberto Mantovani a Pietro Bartolo, da Pietro Bartolo a Massimo Cacciari, tra scienza e filosofia, un mediometraggio didattico, che andrebbe trasmesso in prima serata su una rete generalista. Voto: 6,5.
NOW IS EVERYTHING di Riccardo Spinotti e Valentina De Amicis (Concorso)
– Un giovane fotografo, una fidanzata scomparsa, un fratello minore morto. Opera pretenziosa di due registi (lui è il figlio di Dante Spinotti, qui ovviamente direttore della fotografia), che hanno probabilmente visto e amato Malick e Lynch e vogliono dirlo fino alla saturazione. Corpi bellissimi esplorati con troppo pudore, storie probabilmente bellissime raccontate con troppa ambizione. La rottura di ogni linea narrativa lascia sconcerto e fastidio, più che smarrimento. Insopportabile. Voto: 3.
 

Mercoledì 27 Novembre 2019, 17:13
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