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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Torino Film Festival 37/1 - Jojo rabbit:
ma c'è poco da ridere con il nazismo

Se c’è un giorno di pioggia a New York, qui a Torino sono già due, dopo due giorni di festival, dove il diluvio sembra per ora l’aspetto più significativo. Un po’ di disorganizzazione (come l’apertura iniziata con 40’ di ritardo), un po’ di programmazione incomprensibile (Pardi e Orsi d’oro relegati nella saletta più inospitale, con proiezioni subito esaurite; altri nomi eccellenti lanciati solo a inizio o fine festival, come Albert Serra), qualche ritardo e problemi di proiezione, insomma un anno che si sapeva essere più difficile del solito e le prime giornate lo confermerebbero. Primi film senza grandi sussulti.

JOJO RABBIT di Taika Waititi (Festa mobile) – Film d’apertura è la storia di un ragazzino che durante il nazismo ha Hitler come amico immaginario. Vorrebbe essere un nazista perfetto, ma in fondo è buono e timido e così lo prendono in giro. A casa la madre nasconde una ragazzina ebrea: i due giovani inevitabilmente entrano in contatto. E la coscienza nazi del bambino vacilla. Non è facile far ridere con le tragedie, figurarsi con questo immenso buco nero dell’umanità. C’era riuscito soltanto il grande Chaplin, ma il punto di vista era completamente un altro e i tempi erano assai diversi. Oggi con il minaccioso ritorno dell’estrema destra, francamente non è facile accettare il gioco di Waititi, che gioca sugli stereotipi cercando la risata, ma spesso, anche in chiave umoristica, fallisce il bersaglio. Resta un’operazione di dubbia necessità e anche quando il gioco si fa più serio, mostra tutti i suoi limiti, con spunti (tragici) che mal si combinano. Bella la scena dell’irruzione in casa della Gestapo, ma insomma sembra la brutta copia di “Bastardi senza gloria”. Voto: 5.
ALGUNAS BESTIAS di Jorge Riquelme Serrano (Concorso)
– Una breve vacanza su un’isola di un famiglia, composta da nonni, genitori e figli, fa esplodere tutti i rancori (e non solo) che covano sotto l’apparente serenità. Dal Cile un altro inquietante tassello su una quotidianità minata e spaventosa, dove tra incesti e crudeltà si arriva a uno scontro collettivo. Serrano sta tra Haneke e Larraín, ma il suo film respira poco, ingabbiato com’è dall’inizio in un percorso obbligatorio. E se il climax con il rapporto sessuale tra nonno e nipote è secco e atroce, sottolinearlo per tutta la durata con un temporale è abbastanza banale.  Voto: 6.
TRUE HISTORY OF KELLY GANG di Justin Kurzel (Festa mobile)
– La storia di Ned Kelly, mito della controcultura australiana, che si opponeva con la sua banda, in abiti femminili, all’esercito inglese nel XIX secolo diventa un melò-western dalle tinte forti e poco controllate, intriso di estremizzazione psicologiche e scontri urlati, con una sottotraccia omosessuale, che resta sospesa. Finale sguaiato, in un film dove la ferocia dei sentimenti e delle azioni divora tutto, per sorprendere e scuotere lo spettatore. Voto: 4.
SCREAM, QUEEN! MY NIGHTMARE ON ELM STREET di Roman Chimienti e Tyler Jensen (After hours)
– Un documentario accattivante su Mark Patton, l’attore di Nightmare 2, che ha pagato negli anni la sua omosessualità al pari del film, all’epoca fortemente contestato dai fan per la sua spiccata traccia gay. La ricostruzione di anni difficili (compresa la terribile diffusione dell’aids), e di una vita (e carriera) tormentata, che mostra come solo qualche decennio fa fosse ancora problematico dichiararsi gay e lavorare in ambienti teoricamente più aperti, diventa il racconto di una società purtroppo ancora oggi incapace di liberarsi veramente da ogni condizionamento “razzista”. Voto: 7.
THE GOOD LIAR di Bill Condon (Festa mobile)
– Due anziani rimasti soli (gli impeccabili Ian McKellen e Helen Mirren) si incontrano attraverso internet. Il gioco apparentemente collegato al desiderio di trovare qualcuno con cui dividere gli ultimi anni di vita, è in realtà dominato da propositi tutt’altro che pacifici. Un film dove niente è fuori posto, anche la sorpresa (facile) finale, un teatro di vendetta in punta di fioretto, ma anche terribilmente prevedibile e sostanzialmente senza interesse. Voto: 5.
SYNONYMES di Nadav Lapid (Onde)
- L’israeliano Yoav raggiunge Parigi ed entra in un appartamento disabitato e totalmente vuoto. Mentre fa la doccia, qualcuno gli sottrae lo zaino, dove praticamente c’è tutto. Rimasto senza niente e nudo, Yoah bussa alla porta vicina, dove vive una coppia giovane. I tre instaurano un’amicizia molto sentita. Nel frattempo Yoav impara la lingua e ottiene la cittadinanza francese. Ma l’integrazione non è così semplice. Basandosi su un’esperienza personale, il regista fa compiere al suo protagonista il suo medesimo viaggio intrapreso a suo tempo. Ne esce un sincopato e rapsodico lavoro, dove la rilevanza politica assume significati precisi e pessimistici (si veda il finale), i toni surreali mostrano gli apparati grotteschi nazionalistici (sia francesi, che israeliani) e i rimandi cinematografici che sposano a domino Bertolucci e la Nouvelle Vague sono disseminati ovunque, dall’appartamento al cappotto indossato dal protagonista, dalla vasca da bagno alla auto-penetrazione anale (che fanno tanto “Ultimo tango”) al ménage à trois (che fa tanto “The dreamers” e ovviamente “Jules et Jim”). Un cinema sulla negazione, soprattutto dall’integrazione al sesso, nonostante il protagonista offra generosamente alla vista il suo rilevante corpo. Ultimo Orso d’oro a Berlino. Voto: 7.

Domenica 24 Novembre 2019, 12:31
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