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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

The big sick, una rom-com che evita le lacrime
Nello zoo di Varsavia le vere belve sono i nazi


La storia di Kumail ed Emily è realmente accaduta. A Chicago. Kumail e Emily sono anche i due sceneggiatori del film e il ragazzo pakistano trapiantato negli States è anche interprete di se stesso, mentre Emily ha il volto di Zoe Kazan. Fin dal titolo si capisce che siamo di fronte a una storia d’amore, dove il dolore e le lacrime sono state tante: the big sick, probabilmente non tradotto per il timore di perdere spettatori perché di una persona malata stiamo parlando, riesce invece a essere sobrio e sposta quasi totalmente l’attenzione altrove, lasciando che il percorso ospedaliero resti parallelo a tutta la vicenda che si snoda sulle problematiche interetniche e sull’insofferenza dei giovani verso qualsiasi imposizione, specie in campo sentimentale.
I genitori di Kumail infatti vogliono trovare una sposa adatta al loro figlio nella comunità musulmana ed ecco che il girotondo delle pretendenti prende forma nel disinteresse totale del figlio, mentre la madre raccoglie le foto delle ragazze con rassegnazione in una scatola, sperando che il ragazzo prima o poi ceda. Ma una sera, mentre dà vita al suo consueto spettacolo (è un giovane comico che guida per Uber e la sera va nei locali d’intrattenimento), una ragazza lo apostrofa: è Emily e tra i due, pian piano, nasce una relazione.
Diretto da Michael Showalter e prodotto da Judd Apatow, anche regista-sceneggiatore che ha dato da tempo un marchio personale a una commedia venata di umorismo esistenziale, “The big sick” poggia sull’esclusione la sua forza maggiore: non solo i genitori pakistani non desiderano intromissioni di altre razze e religioni nella vita del proprio figlio, ma anche papà e mamma di Emily, apparentemente più aperti e ecumenici, hanno un impatto tutt’altro che gentile nei confronti di Kumail, che però si stempera di fronte alle attenzioni che il ragazzo dimostra nei confronti della figlia, in coma in un letto d’ospedale.
Non ci sono particolari guizzi, né la regia ha trovate originali: è un film principalmente di scrittura, verboso quanto basta, come capita nelle coordinate di Apatow e Baumbach, retto da interpretazioni adeguate, compresa quella di Kumail, che viaggia senza intoppi verso il consueto carosello di foto dei due protagonisti reali (dove appare la vera Emily). Tra una risata e una lacrima trattenuta, tra un diverbio e una dichiarazione d’amore, tra una rottura con i propri genitori ottusi e una riparazione con tanto di torta, tra una tragedia sfiorata e una vita in comune finalmente possibile, Showalter si mette al servizio della storia, calcolando ogni trappola e lasciando allo spettatore quelle situazioni destinate al sorriso, come quel secondo incontro in un locale, stavolta di New York, dove Emily, superata la malattia, raggiunge Kumail dopo la sua partenza da Chicago. Una romantica commedia che si chiude nel segno desiderato.
Stelle: 2½



LA SIGNORA DELLO ZOO
 PERDE GLI ANIMALI, MA TROVA IL CORAGGIO - I titoli di testa di "La signora dello zoo di Varsavia" scorrono su un ambiente quasi favolistico: siamo a Varsavia, nello zoo dei coniugi Zabinski e tutto sembra uno spot della felicità. Ma è il 1939 e quindi arrivano i nazisti, le bombe, l’Olocausto. Lo zoo viene chiuso, gli animali selvaggiamente uccisi, ma gli Zabinski coraggiosamente riescono a nascondore circa 300 ebrei nei sotterranei dello stesso parco. Se è sempre utile ricordare, specie oggi, quanto è successo allora, non sempre i film si dimostrano all’altezza. In questo di Niki Caro, pur con la presenza di Jessica Chastain, la vicenda ha toni convenzionali e patinati, dove non solo il sangue sembra finto. Così anche l’orrore della Storia resta nascosto. E se gioca col simbolico, come quando le belve liberate dallo zoo dai bombardamenti si trovano a girare per la città spaventata come fossero altri nazisti, è solo un flash di un altro film che putroppo non è stato. 
Stelle: 1½

Venerdì 17 Novembre 2017, 11:11
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1 di 1 commenti presenti
2017-11-23 17:29:54
Nemmeno i giornali d'allora lo erano all'altezza. Personalmente mi è piaciuto, rispetto altri film. Poi non capisco cosa c'entrino le belve liberate assoggettarle ai nazisti. Mi piace la parte umana della donna, la felicità e serenità in cui viveva, ignara, ovvio, chi poteva immaginare l'olocausto?... Comunque non sarà stato un grande film indubbiamente, ma per me merita.
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