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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Se Tarantino ci racconta ancora il suo cinema
è Burning il vero gioiello della settimana


Siamo nel 1969 e facciamo la conoscenza con Rick Dalton (Leo DiCaprio), una star delle serie televisive dell’epoca, e della sua controfigura Cliff Booth (Brad Pitt), anche suo migliore amico. Non vivono un periodo particolarmente fortunato, tanto che ottengono, attraverso Marvin Schwarz (Al Pacino), la possibilità di girare alcuni film in Italia. Al rientro in America, Dalton abita in una villetta di Los Angeles, vicino di casa di Sharon Tate (Margot Robbie, in un ruolo “silenzioso” oggetto di accuse di misoginia al regista dopo la prima a Cannes), che nell’agosto di quell’anno, fu trucidata assieme ad altri amici per mano della banda di Charles Manson.
L’idolatria che ormai accompagna non solo un nuovo film di Tarantino, ma anche qualsiasi cosa faccia e dica sul cinema, non sempre permette di mantenere la giusta distanza di sguardo e di pensiero, portati come si è a (mal) sopportare tutta la grancassa fuori controllo dei numerosissimi fan. Ma tant’è. Tarantino è il cinema, è la storia del cinema, può perfino permettersi di cambiare la Storia, anche stavolta come aveva già fatto con “Bastardi senza gloria”, perché il cinema è grazie al cielo il luogo ideale per scompaginare l’universo. E così, ancora una volta, l’ego autoriale del regista si impossessa dello schermo e anche quando non si può non seguirlo in questa scorribanda quasi fanciullesca del suo amore per le storie e il cinema, tutto echeggia della sua presenza, prima ancora di quella dei suoi personaggi.
Certo il talento di Tarantino è fuori discussione. Anche stavolta. La ricostruzione d’epoca è impeccabile; il gusto vintage si esalta nella contrapposizione tra quegli anni frenetici e iconoclasti, e l’oggi; l’immersione in un mondo spavaldamente grottesco è totale; la fluviale colonna sonora è pazzesca. E quando Brad Pitt arriva nel ranch degli hippies, Tarantino sfoggia una meravigliosa, grande sequenza, per tensione, senso nevralgico del tempo, magnetico uso dello spazio, che ricorda, oltre agli amatissimi spaghetti-western, per durata e abilità quella iniziale di “Bastardi senza gloria”. Ma “C’era una volta... a Hollywood”, che è senza dubbio soprattutto una favola (e infatti il finale lo dimostra), vive anche di una narrazione costipata e a tratti (si può dire?) noiosa, dove il gioco degli innamoramenti cinefili tarantiniani da spettatore, possono esaltare o infastidire, sicuramente sorprendere meno di una volta. Dichiarando ancora una volta il suo affetto anche per i suoi amati registi e il loro cinema, Tarantino conferma genialità e invadente saccenza, specie se l’accumulo di riferimenti e l’ansia di volersi sempre dimostrare arguto e intelligente, rischia di piegare il divertimento e ogni epifania storica immaginata. Voto: 7.


BURNING: IL CINEMA BRUCIA -  Jong-su è un giovane che ama Faulkner, sogna di fare lo scrittore e intanto governa la vecchia fattoria di famiglia, lontana dal caos cittadino. La madre è fuggita da tempo, il papà è in carcere. In città incontra una vecchia amica d’infanzia, Hae-mi, la quale gli chiede di tenere a bada il suo gatto, essendo lei in partenza per un viaggio in Africa. Al ritorno Hae-mi presenta a Jong-su Ben, un ragazzo che fa parte dell’alta borghesia con auto e case di lusso.
Si può rimanere spiazzati davanti a un triangolo di vite dal movimento scompaginato di inafferrabilità generazionale, perché Lee Chang-dong, che molti ricorderanno per il notevole “Poetry” (2010), stavolta raccoglie un racconto breve di Murakami (“Granai incendiati”), lasciando che il rapporto tra i tre ragazzi, le ombre che lo governano, il mistero che lo accompagna, si adagi sul flusso del tempo, giocando sulle sospensioni e sul segreto: tra le tante sequenze magnifiche, imperdibili sono quelle al calar del sole in campagna, tra danze e dialoghi enigmatici.
“Burning” è un noir sottratto a ogni indicazione: impalpabile e meditativo. Se si cerca di afferrarlo, il regista accumula gesti, informazioni, conflittualità e legami, in quello spazio ibrido dove le Coree si fronteggiano (infatti arriva la propaganda del Nord, attraverso gli altoparlanti), ma al tempo sottrae gli ormeggi, gli elementi chiarificatori, le coordinate necessarie per comprendere definitivamente il quadro: il gatto, il pozzo, le telefonate silenziose, tutto evapora in una composizione fluida, dove ogni tassello resta aperto.
Dialogando attraverso gli specchi che deformano le dicotomie città/campagna, povertà/ricchezza, “Burning”, distribuito dalla friulana Tucker, è un film che brucia nel vero senso della parola, che affascina attraverso battiti e sospiri, passatempi pericolosi, con un ritmo dilatato che potrebbe sembrare estenuante e che invece ha l’andatura rigorosa del pensiero che si fa immagine prima che testo, raccontando una gioventù disgregata, per sbocciare in un sorprendente finale, ovviamente infuocato. Un film di una bellezza così dolorosa da far male.  Voto: 8½
 
 
 

Giovedì 19 Settembre 2019, 21:06
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