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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Sarah e Saleem, l'adulterio degli opposti
tra intrighi politici e questioni morali



Sarah è moglie di un ufficiale dell’esercito israeliano e lavora in un bar di Gerusalemme. Di giorno Saleem, che è palestinese, porta le consegne e scambia qualche parola con Sarah. Ma, accade sempre più spesso, i due di ritrovano nel furgoncino di lui e fanno sesso. Forse non si amano e non vogliono staccarsi dalle proprie famiglie, forse vivono questi appuntamenti come una parentesi di ardore e distacco dal mondo. Una sera Saleem convince Sarah a seguirlo fino a Betlemme, nonostante le iniziali titubanze. Qui, in un ritrovo pubblico, Sarah viene molestata da un cliente e Saleem, per difenderla, reagisce. La successiva denuncia porta allo scoperto la relazione extraconiugale, con conseguenze pericolose.
Ispirato a una storia vera, “Sarah & Saleem – Là dove nulla è possibile” (l’aggiunta al titolo è del tutto ininfluente), coniuga, in uno scandaglio morale rilevante, la questione privata del tradimento con quella pubblica e sociale, mostrando come un insignificante fatto possa sconvolgere le vite delle persone e come esso possa diventare un problema incontrollabile, nella dimensione aspra di una città fortemente conflittuale, chiedendosi quanto si sia disposti a proclamare la verità, anche a costo di esserne totalmente penalizzati.
Muayad Alayan porta una storia banale di adulterio in un groviglio da intrigo politico e spionaggio, che finisce per travolgere due personaggi qualsiasi, che cercavano soltanto un’evasione, dimostrando come un terreno minato costantemente dall’odio riesca a condizionare ogni gesto quotidiano. Scritto dal fratello del regista Rami, con sensibilità notevole anche verso i personaggi a lato, il film disegna un percorso realistico all’interno di contrapposizioni che si riverberano costantemente, dove il sospetto prende il sopravvento e le donne restano comunque con coraggio il motore della vita. Se convincenti sono le prove attoriali, il clima sempre più angosciante esalta un racconto dove vive la forza e la necessità di superare i muri che separano gli opposti, anche con azioni tutt’altro che innocenti.
Stelle: 3

LA CADUTA DELL'IMPERO AMERICANO
- Trovandosi casualmente nel mezzo di una rapina finita tragicamente, un fattorino con la passione per la filosofia, si impossessa di una formidabile quantità di denaro, la nasconde e poi cerca di piazzarla in qualche modo, chiedendo aiuto a un consulente finanziario esperto di paradisi fiscali. La fine della trilogia sul male della contemporaneità, arrivata con un certo distacco di tempo, propone Denys Arcand tutt'altro che bolso, come si poteva magari supporre; e anche se le coordinate del suo cinema restano simili e in questo un po' datate, la capacità di rileggere le questioni morali di una società dominata dalle contraddizioni (ogni personaggio ha la sua) attraverso il cinema di genere (l'action, il thriller), rende fluido il racconto, disegnando un saggio anticapitalistico, dove il denaro è il motore di ogni azione.
Stelle: 3

UN'ALTRA VITA-MUG
- In una zona rurale polacca si sta costruendo una statua a Cristo come quella di Rio. Ma durante la lavorazione, l’operaio Jacek subisce un grande incidente, costringendo i medici a un trapianto di faccia e a costruirsi una nuova vita, rinunciando per sempre ai propri sogni e alla propria ragazza. Szumowska disegna una metaforona sulla Polonia (che cambia volto, dopo l’addio sovietico), mostrando un paese dominato dall’ipocrisia cattolica, con un’umanità greve e trash. Ma nelle derive che il film prende (commedia grottesca, dramma esistenziale, problemi di identità, desiderio di fuga), non sa scegliere da che parte andare. Gran Premio esagerato a Berlino 2018. 
Stelle: 2

 

Giovedì 25 Aprile 2019, 23:38
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