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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Piccoli eroi crescono: sul treno verso Parigi
la corsa di Eastwood stavolta non entusiasma


Un treno, tre amici. Lo stesso treno, un jiadista. L’Europa, il terrorismo islamico. È un pomeriggio d’agosto, 2015. Sul Thalys 9364 proveniente da Amsterdam e diretto a Parigi siedono, tra gli altri oltre 500 passeggeri, tre giovani californiani: sono Spencer, Alek e Anthony, due sono militari. Sul medesimo convoglio è salito anche El Khazzani, giovane marocchino, che non ha lo scopo di raggiungere la capitale francese, ma quello di provocare una strage, in un continente già colpito da attentati sanguinari. Il suo folle gesto fallisce proprio grazie all’intervento tempestivo e coraggioso dei tre amici, salutati dal mondo come eroi. Ora su quel treno i tre ragazzi sono risaliti di nuovo: Clint Eastwood ha voluto che a interpretare nel suo film i protagonisti di quell’avventura fossero proprio i tre veri artefici del gesto, stavolta chiamati a fingere ciò che hanno vissuto sul serio, in un corto circuito definitivo tra realtà e finzione. Ma Eastwood fa capire immediatamente che è interessato a decifrare quel gesto, più che a rappresentarlo. E non lo è più nemmeno come un tempo, a creare un controcanto con gli “altri”, visto che qui del terrorista vediamo solo la nuca, il trolley; e per giunta quando esce dalla toilette del treno a dorso nudo con in mano la mitraglietta, sembra più fumettistico che vero, quasi parodistico.
A un passo dagli 88 anni, il regista californiano continua il suo personale, recente scandaglio sulla figura dell’eroe, in un clima di incertezza internazionale e di rampantismo crescente negli States. Iniziata col cecchino di “American sniper”, dove la problematicità morale veniva quasi soffocata dall’ideologia, proseguita con il pilota salvatore di “Sully”, dove un Paese dimostrava il suo bisogno di riconoscersi in questi atti di coraggio con gente professionalmente brava e preparata, l’ultima puntata mostra i ragazzi di “Ore 15:17 – Attacco al treno” consolidare questa galleria, in realtà raccontandone più la loro storia che il gesto salvifico, a partire dall’infanzia. Ecco che Il film allora si esalta nel percorso che porta una persona comune a poter diventare un giorno un eroe, dove Eastwood insiste a dimostrare che tale possibilità non è legata necessariamente all’adesione alle regole sociali (a scuola i ragazzi finivano regolarmente dal preside, all’accademia militare certo non brillavano), in questo dimostrandosi decisamente molto trumpiano.
Fin qui il film (ovviamente in flashback) regge abbastanza, anche nella scelta del narratore, che è uno dei tre ragazzi, ponendo uno sguardo quindi dall’interno del gruppetto. Ma la complessità del racconto non è all’altezza dei suoi diversi capolavori, la scrittura si incaglia in pause mal controllate, la retorica di fede-patria-famiglia impera ovunque (e d’altronde l’atto di eroismo è beatificato dalla Provvidenza, che fa inceppare l’arma del terrorista), e tutto il viaggio per l’Europa, anche considerando che è visto con gli occhi turistici dei ragazzi, è imbarazzante, specie negli episodi romani e veneziani (e non solo per la una pizza al lussuoso Gritti Hotel… tra l’altro col simbolo ben inquadrato...): l’immagine che hanno in America dell’Italia sembra essere ancora quella degli anni ’60 e nella trappola ci cadde tempo fa anche fa Woody Allen. Così in un cinema americano, che di questi tempi da “Billy Lynn” fino a “Last flag flying” si interroga ossessivamente e in modo complesso sul significato di eroe, il grande Clint Eastwood purtroppo una volta tanto resta, in modo sbiadito, in superficie.
Stelle: 2½


FINAL PORTRAIT: L'ARTISTA CREA E DISTRUGGE
- Lo scrittore americano James Lord accetta di posare per il grande pittore e scultore svizzero Alberto Giacometti. Dovrebbe trattarsi di una faccenda breve (non più di qualche ora), ma la sosta a Parigi diventa interminabile per il carattere lunatico dell’artista.
Il regista e attore statunitense Stanley Tucci affronta il tema delle creatività artistica (e anche la sua opposta distruzione) e il rapporto ambiguo che lega ogni artista ai propri modelli, in un parallelo di attrazione sempre rischiosa. E mette a nudo come l’uomo sia un’altra cosa rispetto all’artista, qui colto nei suoi atteggiamenti moralmente discutibili e nei suoi affetti devastanti, anche se non si calca mai su maledettismi invadenti.
Il manierismo di Geoffrey Rush riesce comunque ad accendere una luce inquieta nel suo personaggio instabile, mentre Armie Hammer, l’Oliver di “Chiamami col tuo nome”, resta intatto nella galleria dei corpi da esplorare. E se le donne si mantengono narrativamente in disparte in una storia tutta maschile, nella sua essenza il film è abbastanza interessante, con uno sguardo appassionato, fortunatamente più avvincente rispetto al recente “Rodin” di Jacques Doillon: qui è tutto più vivo, perché la morte è sempre dietro l’angolo.
Stelle: 2½


THE PARTY: PERFETTI SCONOSCIUTI A LONDRA
 - Tutto si apre con un colpo di pistola. Verso chi? Lo sapremo solo alla fine. In una Londra nei giorni della Brexit, una serata tra amici per festeggiare la carriera politica di Janet (Kristin Scott Thomas) finisce in tragedia a colpi di agnizioni: i personaggi cambiano continuamente rapporto tra di loro e il colpo di scena finale a orologeria resta l’unica nota a sorpresa.
Con “The party” (qui da usarsi nella doppia traduzione italiana di festa e partito) Sally Potter gira un kammerspiel (ovviamente in bianco e nero) perfettamente oliato ma anche tremendamente consumato, anche nella rappresentazione dei personaggi, tra gin tonic e jazz, spavalderie e cattiverie, quasi come una versione acida di “Perfetti sconosciuti”. Se la critica è a una società intellettuale ammorbata dai suoi stessi futili comportamenti, il carnage che si sviluppa non lascia traccia d’emozione, nonostante l’ottimo cast, da Bruno Ganz a Timothy Spall e Cillian Murphy.
Stelle: 2½

Venerdì 9 Febbraio 2018, 10:15
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