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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Peterloo, la speranza di democrazia infranta W., il monaco buddhista per niente pacifista


L’ultimo film di Mike Leigh, “Peterloo” passato all’ultima Mostra di Venezia, dove il regista inglese aveva conquistato il Leone d’oro con “Vera Drake” nel 2004, tesse per l’ennesima volta la necessità di un autore di rileggere le storie e la Storia attraverso personaggi che si facciano carico di una rappresentazione identitaria, laddove l’urgenza politica si nutre del filtro intellettuale e pittoricamente raffinato (si pensi da “Turner” in giù nella sua filmografia), mai comunque ruvido e schiettamente proletario con il quale si confronta invece Ken Loach. E forse mai come in “Peterloo” questa vocazione appare più evidente, saldata da una rappresentazione rigorosa e coerente eppure ostica, didattica eppure emozionale, inciampando forse qua e là in un racconto e una verbosità a tratti snervante, ma fulminando lo sguardo con due sequenze magnifiche: la prima, in apertura, durante la battaglia di Waterloo, con un trombettiere che diventerà elemento fondante al ritorno a casa; e soprattutto la seconda con il massacro di gente inerme, durante una manifestazione pacifica, compiuto dalla cavalleria britannica nella piazza di St. Peter Field (da qui, come in un lucchetto enigmistico, il titolo “Peterloo”) a Manchester, nel 1819, con la quale il film si chiude, in una convergenza quasi circolare di un racconto, che all’azione sanguinaria della guerra e della protesta, pone come collante l’articolato di strategie e scenari, dove la “parola” diventa l’arma politica per la conquista della democrazia.
Siamo in un periodo di tellurici cambiamenti storici (a ridosso della Rivoluzione Francese) e al di là della Manica le richieste del proletariato britannico s’imbevono di quest’aria di grande turbamento e trasformazione. Leigh è indubbiamente magistrale nella ricostruzione sociale di quell’era turbolenta, tra gli interni modesti delle case e lo sfarzo della nobiltà, rappresentata sempre in modo triviale e grottesca; tra i volti provati dalla fame e dalla miseria del popolo, ravvivati appena dalla speranza di un futuro migliore, e la dialettica politica di chi dovrebbe aiutarli a reclamare le proprie ragioni, ma che inesorabilmente si dimostra spesso distante. È il caso di Henry Hunt, un politico che appoggia la rivendicazione delle classi sociali più deboli, ma che riuscirà davvero a comprenderne le ragioni, vivendo fianco a fianco, “nascosto” nelle loro case, durante la settimana di inatteso spostamento della manifestazione. Raccontato attraverso le testimonianze degli inviati dei giornali dell’epoca, il raduno popolare piomba, nonostante l’ottimismo della vigilia, in una delle più spietate carneficine di sempre, delirio di corpi e sangue, che l’occhio di Leigh trasforma in un’agghiacciante composizione icastica della brutalità del Potere. Film indispensabile e potente.
Stelle: 3½



IL VENERABILE W.: IL BUDDHISTA PER NIENTE PACIFISTA - Barbet Schroeder ci porta a fare la conoscenza con il monaco buddhista Wirathu, che contrariamente all'animo pacifista che dovrebbe conservare con il mondo e gli esseri viventi, detesta i musulmani, fino a compiere una campagna razzista incredibile. Un documentario scioccante, tra interviste e materiale d'epoca di forte e crudele impatto emozionale, che dimostra come le predicazioni mirate al Male riescano a provocare comportamenti e risultati spaventosi. Siamo nella Birmania di inizio decennio, ma la sensazione è che oggi simili situazioni si vivano anche dalla nostre parti, in questa Europa che del pacifismo sembra essere stanca. Forse un po' didascalico e con una prima parte dove non si entra subito nel cuore della denuncia, ma un film che lascia sgomenti.
Stelle: 3½

DAFNE: ROAD MOVIE FAMILIARE
- Dopo la morte improvvisa della madre, Dafne, una 35enne affetta da sindrome di Down, è costretta a superare il lutto, sostenendo anche Luigi, il genitore rimasto. Un giorno decidono di partire per un viaggio singolare: raggiungere il paese natale di Maria. Federico Bondi, a oltre 10 anni da “Mar nero”, affronta un road movie familiare, alla scoperta di se stessi, dove padre e figlia inizieranno a conoscersi sul serio. Ma se la prima parte è un po’ fragile, la seconda apre a una forte empatia con la storia. Brava Carolina Raspanti che dà vita a un personaggio invadente, non facile da amare. Un film sincero e ruvidamente delicato. 
Stelle: 3
 

Venerdì 22 Marzo 2019, 00:05
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2 di 2 commenti presenti
2019-03-23 00:35:53
"questa vocazione appare piu' evidente, saldata da una rappresentazione rigorosa e coerente eppure ostica (ma anche agnostica?), didattica eppure emozionale, inciampando forse qua e la' in un racconto e una verbosita' a tratti snervante"... Verbosita' snervante? Da che pulpito...
2019-03-25 11:55:50
provi lei a fare il critico cinematografico, tanto anche facesse molto bene le direbbero su lo stesso, il mondo è preso a 'sti passi.