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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Patria, mafia e famiglia:
con "Il traditore" di Bellocchio l'Italia va


Si inizia di notte, in Sicilia durante la festa di Santa Rosalia (1980), sotto i fuochi d’artificio, dopo il grande patto tra i capi mafiosi, che sarà, al contrario disertato in brevissimo tempo; si termina in un’altra notte (2000, in Florida), dove Tommaso Buscetta, malato, attende la morte ormai incipiente, rammentando quando finalmente, sempre di sera, riuscì a uccidere un mafioso che doveva eliminare per prova di affiliazione alla mafia e che per anni si era sempre protetto con il figlio, fin dal battesimo, perché al tempo il codice d’onore non permetteva l’eliminazione di bambini. In mezzo ci stanno vent’anni di vita di Tommaso Buscetta, tra carcere e nascondigli in luoghi segreti per sfuggire a eventuali vendette, che invece colpirono i propri familiari. E il senso della famiglia (propria, di mafia) attraversa tutto il film.
“Il traditore” di Marco Bellocchio, passato ieri in Concorso al festival di Cannes e contemporaneamente sugli schermi italiani, srotola la cronaca degli anni più duri della lotta alla mafia, con i pentiti a scardinare l’omertà di Cosa Nostra e con i magistrati in prima linea a rischiare (e rimetterci) la vita come Giovanni Falcone, saltato in aria in quel tratto di autostrada all’altezza di Capaci. Non reinterpreta, come in “Buongiorno, notte”, la Storia il regista piacentino, la fa scorrere senza troppi sussulti, concentrandosi sui volti, sulle parole, sulle tensioni che ogni passo comporta, da quel momento in cui Falcone offre a don Masino una sigaretta e, nonostante l’iniziale rifiuto, riesce a sgretolare la sua durezza. E trasforma il processo in una sorta di appuntamento teatrale, dove la recita è evidenziata con stentoree presenze, cercando nella finzionalità della messa in scena una scintilla di verità e dove lo Stato, attraverso i giudici, sembra quello a recitare in modo più lampante.
“Il traditore” è soprattutto un film sulla paura. Buscetta a ogni istante, a ogni incrocio la sente: può essere in un supermercato, in un babbo natale che canta la canzone di Cutugno sul “siciliano” vero al ristorante, perfino nei cani che fanno rumore tra la spazzatura, quando la morte per malattia lo sta già divorando, regalandogli però l’uscita di scena sul proprio letto, come si augurava. Un film dove il segno di Bellocchio, più che sulle azioni violente, tutte rapide, si annida nei dettagli, negli attimi, nei sogni (e dove, se no?), tra bare e fantasmi. E dove il pessimismo sul ruolo dello Stato sgorga senza reticenze, perché Buscetta può sfidare la sua stessa mafia, ma non andare oltre, finendo altrimenti schiacciato, come nel processo intentato ad Andreotti.
Favino dà la fisicità giusta e il meglio nei vuoti e nei silenzi. Il resto del cast, da Lo Cascio a Ferracane, da Calì a Maria Fernanda Cândido (la moglie) mostra le maschere adeguate a una “commedia” nera e sanguinaria che continua ancora oggi. Voto: 7.

Venerdì 24 Maggio 2019, 12:18
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