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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Padri, figli e la solitudine del Cosmo: ad Astra
Beatles sconosciuti: si salvano solo le canzoni


Esplorare il cosmo, esplorare se stessi. Il viaggio dentro l’Universo, il viaggio dentro di noi. L’ultima frontiera sconosciuta. Oltre Giove, l’infinito, i bastioni di Orione, le porte di Tannhäuser, nei loop temporali, nell’interstellar, fino alla “High life” di Claire Denis, tra il mistero e la paura, per capire il nostro fine ultimo. Adesso arriva anche James Gray, talentuoso regista statunitense, che con “Ad astra”, dopo il passaggio alla Mostra, si avventura, nello spazio, nell’eterna lotta tra padri e figli.
Il cosmonauta Roy (Brad Pitt), in un futuro prossimo, è chiamato a salvare la Terra da una fatale turbolenza cosmica, generata probabilmente dall’equipaggio di un’astronave, al largo di Nettuno, partita parecchi anni prima per la missione Lima, della quale nessuno ha saputo più nulla, al cui comando c’era suo padre (Tommy Lee Jones). Un viaggio pieno di insidie e di segreti, dove Roy compie atti di ribellione per raggiungere il genitore, che tutti credevano da tempo morto e che invece pare sia ancora vivo, ma non più lo stesso.
Siamo, come si capisce, ancora dentro le oscure, interiori atmosfere kurziane di “Apocalpyse now”, dall’ennesimo cuore di tenebra, in un detour impressionante della ragione: qui Gray continua il percorso inizialmente sviluppato con il precedente “Civiltà perduta”, portando l’uomo a confrontarsi implacabilmente con la propria solitudine. Nell’universo, come nella vita. E se l’immaginario fantascientifico ormai è quasi impossibilitato a creare nuovi stupori, qui nonostante la meravigliosa luce di Hoyte Van Hoytema e i sinuosi suoni musicali di Max Richter lo si dimostra ancora: così per buona metà il film si snoda attraverso tappe conosciute, sia esteticamente che narrativamente, attingendo curiosamente anche da “Ombre rosse” la furiosa cavalcata nel deserto lunare, per sfuggire all’assalto di inattesi pirati.
È solo nella parte finale, quando padre e figlio si incontrano, che l’emozione trova il suo picco, portando il film a un pessimismo estremo, lontano dalle pulsioni trascendentali di un Malick, ma anche dalla filosofia di Kubrick e di Tarkovskij, dove l’ossessione di scoprire finalmente nuove forme di vita, che ha portato il padre alla pazzia, si dimostra inappagante. Nel vuoto l’uomo si trova ancora più solo: se trova il padre perduto capisce che forse è stato inutile cercarlo, se chiede a una voce di chiarire la nostra stessa esistenza, che dia un senso a tutto questo percorso, fuga, desiderio, trova solo il silenzio. Così l’atto liberatorio conclusivo e il ritorno sulla Terra insegnano probabilmente a Roy che l’unica cosa ancora possibile per sopravvivere e sentirsi meno soli è cercare l’amore di altre persone, che per le nostre ossessioni vengono trascurate. Per ricominciare da qui. Voto: 7.


YESTERDADY: SE CHIEDI CHI ERANO I BEATLES...
- A causa di un blackout mondiale di pochi secondi, il giovane Jack Malik, che vive in una cittadina sulla costa inglese e scribacchia qualche canzone, si scontra con un autobus, finendo all’ospedale, scoprendo di aver perso due denti, ma soprattutto che l’umanità non ha mai conosciuto i Beatles (e anche la Coca-Cola, le sigarette e Harry Potter…). Così si appropria dell’immenso patrimonio artistico della band di Liverpool e diventa una star. Ma l’amore (della sua unica iniziale fan, Ellie) è in agguato.
Se l’idea è carina, lo svolgimento ne afferra solo l’aspetto più eclatante, giocando simpaticamente su questa “dimenticanza” collettiva, con qualche scenetta (la prima esecuzione in famiglia di “Let it be”), che strappa inizialmente qualche sorriso. Ma il sempre più sopravvalutato Danny Boyle, che ricostruisce un racconto miracolistico come ai tempi di “The millionaire”, non radicalizza la situazione con un film veramente assurdo e bizzarro, ma si accontenta, grazie anche allo script dell’esperto Richard Curtis, di una rom-com, che sfocia nella più prevedibile conclusione, dopo uno scandaglio macchiettistico del mondo cinico dello spettacolo. E se poteva creare maggior scompiglio l’apparizione di due persone immuni dalla perdita di memoria, che sanno ancora chi erano i Beatles, presentandosi con un sottomarino giallo (situazione abbandonata nel modo più sciatto), fa almeno tenerezza l’incontro con un John Lennon ancora vivo che, non avendo mai scritto canzoni, vive in un cottage isolato la sua vecchiaia. Certo sono ucronie che fanno sorridere rispetto a quelle di Tarantino, proprio oggi nelle sale con una Sharon Tate che si salva dal massacro di Manson e seguaci. Così il filmetto, che vede anche la partecipazione di Ed Sheeran, si sgonfia presto. D’altronde a tutto questo c’erano già arrivati 35 anni fa Gaetano Curreri e gli Stadio. Ah: fantastiche le canzoni… chi l’avrebbe mai detto?  Voto: 4.

MARADONA, UNO E DUE: MA IL FILM NON FA GOL
- Ancora Maradona. E riecco la storia di questa straordinaria star del calcio, con quella doppia personalità distribuita senza risparmio, nell’area di rigore e nelle case dei camorristi, nei gol a grappoli e nella droga a strisce. Purtroppo il regista inglese di origine indiana Asif Kapadia, che già aveva dedicato ritratti a Senna e Amy Winehouse, si accontenta di una carrellata cronachistica piuttosto nota. Così l’emozione si accende solo quanto il suo corpo sfatto, trasandato, è fissato in quel primo piano prolungato senza sonoro: lo sguardo di Diego si perde in uno spazio vuoto, nel suo melodramma disperato, che solo Napoli poteva contenere. Voto: 5. 
 

Giovedì 26 Settembre 2019, 18:46
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