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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Oro verde, l'alba dei narcos etno-gangster
Garrel divertente, Cafarnao solo irritante



L’alba del narcotraffico si accende dentro riti tribali, miti atavici, cerimonie antiche: quando “Oro verde – C’era una volta in Colombia” si apre ci invita a un passato governato da leggi ancestrali, modalità crudeli, come una ragazza che diventa adulta, una richiesta di matrimonio. Siamo nel nord della Colombia, fine anni ’70, nella comunità indigena wayuu, guidata da Ursula. Lo stile documentaristico permette di inoltrarsi dentro regole e comportamenti, che si reggono soltanto grazie al totale isolamento dalla modernità del mondo altrove. Quando Rapayet chiede in sposa la giovane Zaida, per riuscire a racimolare il denaro per la dote vende a un gruppo di hippies americani della marijuana: da lì a un crescente commercio di stupefacenti il passo, pur attraverso titubanze iniziali, è breve.
Ciro Guerra, affiancato stavolta alla regia da Cristina Gallego, svolta l’approfondita rappresentazione etnografica, che dimora nella prima parte del film, in una rilettura tellurica del noir e del gangster movie, dove il “genere” diventa l’architrave su cui poggiare la drammatica escalation di violenza che si viene a creare, con la perdita dell’innocenza di una intera comunità, che vedrà dissolte in poco tempo le strutture arcaiche della propria esistenza sociale, passando dalla paura degli spiriti agli scontri a fuoco, per la conquista di un potere che divora le coscienze e la Storia.
In originale “Pajaros de verano”, anche se il titolo italiano una volta tanto, pur nella sua diversità, non è così disdicevole, dove gli “uccelli di passaggio” assumono nel film una loro chiave simbolica, il racconto criminale annienta l’originalità culturale di una comunità, disperdendola nei crocevia roventi del traffico capitalistico e trasformando la pastorizia di un tempo in spietata supremazia economica. Travolti dal radicale cambiamento, ma nonostante tutto aggrappati ancora alle gerarchie e alle leggi che governano il rispetto e la convivenza, i wayuu finiscono con l’imbastardirsi, pagando sull’altare della ricchezza la quiete di un tempo e la separazione vitale dal resto del mondo.
Guerra e Gallego compiono, in un film sorprendente e di rara potenza, una prodigiosa sintesi di una trasformazione epocale, che eleva il territorio a teatro di scontro feroce (si veda il notevole assalto finale), dove non sono più i fantasmi a essere il pericolo vendicativo, ma la spavalderia malvagia delle nuove generazioni arrivate da fuori, pronte a fare del commercio internazionale della droga la propria scelta di vita, colonizzando uomini e luoghi. Il cartello di Medellin inizia la sua folgorante istigazione alla morte, il denaro si appropria di un mondo destinato a soccombere, con la cadenza di una tragedia greca, in un ordine di sparizione progressivamente sempre più rapido e crudele.
Stelle: 4

CAFARNAO - CAOS E MIRACOLI: SE DOLORE E MISERIA FANNO SPETTACOLO
- Il 12enne Zian, immigrato dalla Siria in Libano, accusa in tribunale i genitori per averlo messo al mondo in condizioni disumane e di aver costretto la sorella ancora bambina a sposarsi. Nel frattempo conosce una clandestina etiope, che nasconde un bambino piccolissimo per non essere espulsa. Al suo terzo film la sopravvalutata regista libanese Nadine Labaki soggioga il pubblico con quello sguardo apparentemente caritatevole, dove la manifestazione della miseria e del dolore induce l’occidentale a commuoversi e a lenire i propri sensi di colpa. Non manca nulla a “Cafarnao”: la musica finto-etnica che romba sulle immagini più misericordiose; le belle riprese dall’alto col drone che mostrano un villaggio di indicibile disumanità; i controluce che fanno traboccare le lacrime; un bambino abbandonato che ha astuzie da uomo maturo e si porta a spasso su un pentolone un altro bambino più piccolo; il carcere, l’immigrazione clandestina, la sporcizia, la fame eccetera. Non c’è un’analisi politica e sociale, c’è solo l’occhio che cerca il peggio e lo sbandiera in modo fintamente poetico, in un’estetica subdolamente efficace. Un film irritante e ricattatorio. Imperdonabile Gran Premio della Giuria a Cannes. 
Stelle: 1

L'UOMO FEDELE, L'AMORE NO
- Abel (Louis Garrel) sta con Marianne (Laetitia Casta), ma Marianne aspetta un figlio da Paul, il migliore amico di Abel. I due si separano e si ritrovano anni dopo ai funerali di Paul (che non vediamo mai). Tornano insieme, ma spunta anche Eve, sorella di Paul, innamorata da sempre di Abel: e stavolta è lui a lasciare Marianne. In mezzo a questo traffico amoroso, c'è anche Joseph, il figlio di Marianne, ora grandicello, convinto che Paul sia stato assassinato dalla madre. Louis Garrel, qui alla seconda regia, gioca con gli incroci amorosi in una commedia borghese dai toni anche grotteschi, in tono leggero, scanzonato e aleatorio, tra piccole provocazioni intellettuali e continui colpi di scena, che danno un tocco irriverente e farsesco. Tra Truffaut e Rohmer, senza dimenticare le discendenze della famiglia Garrel. Scrive, assieme allo stesso Garrel, l'87enne Jean-Claude Carrière. Tutto già visto, ma comunque apprezzabile.
Stelle: 3



 

Giovedì 11 Aprile 2019, 23:37
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