Adriano De Grandis
OGGETTI DI SCHERMO di
Adriano De Grandis

Moretti a piano terra, Frammartino sotto,
ma chi vola sul serio in alto è Hamaguchi

Venerdì 24 Settembre 2021

L’ultimo film di Nanni Moretti, “Tre piani”, com’è noto, era già pronto nella primavera del 2020. Destinazione Cannes. Saltato l’anno scorso per la pandemia il festival sulla Croisette, il regista romano ha preferito tenerlo in parcheggio, anziché farlo uscire nelle sale (per quei brevi periodi in cui erano aperte), rinunciando anche a Venezia, tenendo fede a una promessa fatta a Fremaux: aspettare Cannes 2021. Finalmente svelato a luglio il film non ha riscosso l’entusiasmo che forse il regista si aspettava, né da parte della critica (comunque divisa), né da parte della giuria (non divisa), che non gli ha assegnato alcun premio, tenuto conto quanto i francesi amino Moretti più degli italiani. Giocando con il suo consueto sarcasmo, Moretti ha stigmatizzato l’operato della giuria, prendendosela tanto per cambiare con il film che ha vinto (“Titane”, premio esagerato, ma ne riparleremo la prossima settimana, quando il film della Ducournau uscirà in Italia). Ristabilite le coordinate cronologiche e le tempistiche morettiane, il giudizio di perplessità suggerito a Cannes non cambia. Com’è noto all’origine c’è il romanzo dell’israeliano Eskol Nevo: lì siamo a Tel Aviv, le storie appartengono a tre famiglie borghesi differenti, divise dai piani dello stabile dove abitano e rappresentano l’Es, l’Io e il Super Io. Moretti sposta l’ambientazione a Roma, com’è perfino ovvio, ma smantella i riferimenti freudiani, riducendo il tutto alla convivenza generica di tre nuclei, che contrariamente al libro, intersecano le loro storie. Rinunciando per la prima volta a un proprio soggetto, Moretti finisce col disperdere quella unicità autoriale che lo ha sempre contraddistinto, anche nelle sue opere più sensibili e meno caustiche, come “La stanza del figlio”, premiato a Cannes e soprattutto “Mia madre”. Lontano dai suoi temi più taglienti (e perfino da quell’immagine “profetica” che si è meritatamente conquistato), incline forse a una senilità incipiente, Moretti sceglie di desaturare ogni componente drammaturgica (messa in scena dimessa, recitazione quasi astratta, fotografia piatta), portando il film a essere più mesto che angosciante, spesso inerte sul piano emozionale. Fin dalla prima scena il condominio sembra già tombale, con quell’esordio quasi magrittiano, dove l’umanità è spaesata, perduta, piena di contraddizioni, inganni e cattiverie, ma che alla fine cerca riappacificazioni di speranze, tra gente che muore (il folgorante incipit) e bambini che nascono. Un film pieno di tante cose (il rapporto generazionale, le conseguenze di ogni gesto, il senso di colpa, le donne che si aprono al cambiamento e gli uomini che si chiudono, eccetera) e volutamente privo di empatia. È insomma un Moretti che sembra meno Moretti, uno che si accontenta di una milonga finale per sciogliere il torpore. Voto: 5,5.

LEZIONI DI GUIDA - Uno dei film dell’anno. E forse il migliore visto all’ultimo festival di Cannes, dove si è dovuto accontentare del premio alla sceneggiatura. Un anno comunque straordinario per il regista giapponese Hamaguchi Riūsuke, che aveva già lasciato il segno qualche mese prima alla Berlinale, con “Il gioco del destino e della fantasia”, Gran Premio della Giuria, entrambi encomiabilmente distribuiti in Italia, uno dietro l’altro, dalla friulana Tucker. “Drive my car”, film complesso, stratificato, straordinariamente elegante, profondo ed emozionante, racconta la vita privata e professionale dell’attore e regista teatrale Yusuke, sposato con la sceneggiatrice Oto, che muore presto e improvvisamente. Anni dopo è chiamato a Hiroshima a mettere in scena “Zio Vanja”, un’opera che funge qui da specchio alternativo, dove trova a sorpresa, tra i candidati interpreti dell’opera cechoviana, anche un giovane attore, che gli era stato presentato dalla moglie, con la quale aveva una relazione, scoperta casualmente dal regista tornando inaspettatamente un giorno a casa. Yusuke accetta l’incarico e conferisce al giovane attore il ruolo principale. Nel frattempo gli viene assegnata un’autista, con la quale, durante i lunghi viaggi, stabilirà un contatto sempre più personale e affettivo. Costruendo una rielaborazione di un racconto di Murakami, attraverso un intreccio con la stessa messa in scena teatrale, la cui lavorazione è ricostruita minuziosamente fin dalle prove, Hamaguchi fa emergere caratteri, conflittualità e sentimenti, affrontando questioni spigolose come sesso e amore, ed esistenziali su come percepire e affrontare la morte (di sé e degli altri), tra ricordi e rimpianti. Lo fa con un ritmo pacato, spesso sospeso (il film dura 3 ore, ma le vale), in cui il silenzio (anche sul palco: una delle attrici recita con la lingua dei segni) schiaccia spesso il senso delle parole. Recitato in una babele di idiomi, vive di scoperte continue, di dialoghi svelatori, chiuso nel perimetro di un palcoscenico o nel guscio di un’auto, davanti a paesaggi maestosi o strade urbane, dal bellissimo incipit al meraviglioso finale. Voto: 8.

IL MONDO SOTTOSOPRA - “Il buco” di Michelangelo Frammartino, regista parco quanto il primo Malick, che torna sugli schermi a 11 anni da “Le quattro volte”, che si fece notare a Cannes, ci porta nel Sud Italia, nella zona del Pollino, dove esiste una delle grotte più profonde del mondo. Frammartino ci porta dentro il buio del sottosuolo, dopo averci fatto ammirare il magnifico paesaggio. Se dal punto di vista tecnico il film ha richiesto una lavorazione assai complicata, il risultato è un silenzioso, quasi intimo ritratto della natura, del mondo e si potrebbe anche dire del cosmo, avendo il documentario l’ambizione di raccogliere su di sé l’ordine delle cose, nelle sue più audaci contrapposizioni: il mondo di sopra e il mondo di sotto; il visibile e il segreto; l’ascesa al cielo con il grattacielo Pirelli in costruzione negli anni ’60 (a inizio film) e la discesa nelle viscere della Terra, portando l’uomo a comprendere il proprio limite, la propria finitezza, come si capisce attraverso la lunga agonia di un vecchio pastore, ormai moribondo. Resta però un senso di incompiutezza, perché l’esplorazione vive puramente di significati, che non riescono a trasmettere, se non raramente, autentiche emozioni, non certo per la mancanza di dialoghi e di musiche (che avrebbero stonato), anche nella scoperta progressiva delle grotte e nonostante i paesaggi siano perfettamente inquadrati e studiati per essere incantevoli, perfino troppo: sembra mancare quel senso di istantaneità del momento, che avrebbe reso lo sguardo maggiormente declinato al caso. Per capirci: non c’è quell’afflato herzoghiano sulla perlustrazione della natura, men che meno la sua esigenza didattica. E ripensando, per dire, a “Cave of forgotten dreams” e “Dentro l’inferno”, il risultato ci appare inferiore alle aspettative. Ma lo sforzo è stato comunque enorme. Voto: 6.

Sempre in Concorso è passato anche “Competenc

Ultimo aggiornamento: 14:18 © RIPRODUZIONE RISERVATA